#LAFISICABELLA

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#LAFISICABELLA

La #fisicabella è quella applicata alla medicina, quella che salva la vita e quella che cura dai tumori.”

Ieri la Fondazione TERA ha compiuto 23 anni. Anni di studio e successi che portano l’Italia sulla frontiera avanzata della ricerca e sviluppo nel campo della fisica applicata alla tutela della salute.

L’accelleratore di particelle, studiato al CERN di Ginevra, ha reso possibile applicare i potenti raggi di luce degli elettroni per curare i tumori, nel modo più preciso e meno invasivo possibile.

Mediante la scoperta di questa applicazione la massa tumorale viene trattata con una precisione “laser” capace di colpire solo la parte malata, senza intaccare e danneggiare le parti sane, grande inconveniente delle tradizionali terapie.

L’adroterapia ha già curato più del 40% di chi si è sottoposto a questa cura. Questa ricerca è in continua evoluzione: gli studi si estendono a diverse casistiche, dai tumori “in movimento” ovvero quelli che si spostano col respiro a quelli pediatrici (progetto PERLA).

Ugo Amaldi e il nuovo Direttore del CERN, Fabiola Gianotti, la chiamano la “fisica bella”, quella che consente di scrutare e comprendere l’infinitamente grande e

l’infinitamente piccolo, e la “fisica utile”, quella utilizzabile per risolvere i problemi delle persone.

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Da quando l’allora Ministro della Sanità Sirchia decise di ostacolare la migrazione all’estero per le cure dei malati oncologici, lo staff di Umberto Veronesi si è adoperato per rendere possibile questo obiettivo, e con esso i sogni e le speranze di chi lotta per uscire dall’incubo del cancro.

Da quel giorno la ricerca non si è mai fermata, e l’Italia è all’avanguardia sulla cura oncologica con ioni di carbonio. Sostenuta dalla Fondazione CNAO, TERA ha potuto aprire i risultati ottenuti in 15 centri in Europa, di cui 3 in Italia: Trento, Pavia e Catania. Numerosi i progetti oltreoceano.

Obiettivi questi, sostenuti mediante il supporto di partners, per la maggior parte privati, che rendono possibile sconfiggere il male del secolo, nonché rilanciare l’Italia come protagonista di una logica economica secondo la quale la spesa per la salute diventa un investimento per il futuro.

Investimenti che, come vuole la Dichiarazione di Lisbona entro il 2020, possono permettere all’Europa di recuperare, avere una rivincita dal punto di vista economico e sociale, se e solo se si investe in ricerca e nello sviluppo di conoscenze sempre nuove, diverse dal passato, per stare al passo con i cambiamenti dei nostri tempi e rendere benefici all’intera collettività.

Diana Montagna

CAPORALATO, PIAGA STORICA DELLE CAMPAGNE

UNSOCIABLE FARMING

Oggi la bellissima Silvana Mangano di Riso Amaro, con le gambe immerse nell’acqua della risaia e calze lunghe di cotone per proteggersi dai parassiti avrebbe gli occhi a mandorla. anzi oggi ci sono i mondani, sono cinesi e si aggirano per le strade che attraversano le terre del novarese e del vercellese in bicicletta.

E’ cambiato il mondo dell’agricoltura, ma certe dinamiche sembrano non cambiare mai.

I lavoratori agricoli sono cambiati forse, per provenienza geografica e per trattamento ricevuto.  eppure si continua a morire di lavoro, si muore di troppe ore lavorative in condizioni stremanti, con compensi da fame e ancor troppo spesso in nero.

Le polemiche riempiono i giornali. In tempi di made in Italy si deve puntare sulla qualità, e il lavoro è una parte della qualità: il grande vino piemontese senza i macedoni che raccolgono a tre euro l’ora non esisterebbe, anche se bisognerebbe pensare a misure che aumentino i profitti dei contadini, alle prese spesso con rendimenti talmente bassi da rendere conveniente non raccogliere e lasciare che i frutti marciscano sulla pianta. Il “caporalato” è sempre esistito nell’Italia agricola, e non solo in quella agricola, nell’edilizia è anche peggio, e il rischio è molto maggiore.

Il lavoro cambia, è in continua evoluzione: va di pari passo con le nuove esigenze aziendali, le nuove formule contrattuali, i nuovi progressi tecnologici fino ad essere “stravolto” dalla cronaca quotidiana. I recenti fatti di cronaca in Italia hanno riportato alla luce le realtà drammatiche sommerse e mai del tutto superate.

Il Governo, nell’ottica del rafforzamento delle iniziative per combattere questi fenomeni, a partire dal 1 settembre 2015 avrebbe dovuto dare piena operatività alla “Rete del lavoro agricolo di qualità”, al fine di censire le aziende del settore che sono in regola e che rispondono ai requisiti di sicurezza sul lavoro. Il Decreto risale all’anno scorso, con la sua entrata in vigore, le aziende  risultate “idonee” potranno ricevere una sorta di bollino, un “certificato di qualità”, che le mete al riparo dai controlli, dirottati invece su quelle aziende che non fanno pare della rete. La risposta delle aziende agricole al programma in rete dei Ministri Poletti e Martina non è stata quella attesa, anzi  le adesioni all’iniziativa mediante registrazione sul sito dell’Inps sono state davvero scarse, quindi è quasi impossibile il monitoraggio e la certificazione.

E dato che il fenomeno incominciava ad assumere proporzioni importanti il Governo ha optato per la linea dura. Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, d’accordo con il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, ha annunciato la confisca dei beni di chi sfrutta i lavoratori agricoli per combattere la piaga del caporalato.

Il settore dell’AgriFood è in forte espansione e al centro delle dinamiche internazionali. L’ Expo in corso, l’Enciclica del Papa e la tutela del Made in Italy hanno messo in primo piano nella cultura nella politica e nei dibattiti economici e sociali. E’ necessario combattere duramente il fenomeno del caporalato, ed è necessario ripensare radicalmente le dinamiche che stanno alla base del sistema di produzione, magari dando sostenibilità a tutti i fattori della produzione e cercando di garantire prezzi congrui al consumatore.

Il lavoro nero si combatte anche con le filiere corte e con modelli di sviluppo più sostenibili.

Nel caso vi consigliamo una splendida, rivoluzionaria, lettura, l’enciclica Laudato Sii, autore Papa Francesco. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

Diana Montagna

CARE MAKER ovvero Il Fundraising di nuova generazione

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Si chiama Caremaker, è nata in Danimarca ed è la piattaforma di crowdfunding che consente a tutti di raccogliere fondi sul web per una causa, a prescindere da chi sia il destinatario.
Tra i progetti lanciati su CareMaker ci sono sono storie straordinarie che andrebbero raccontate e che valgono di sicuro il progetto, come quello della ragazzina che raccoglie fondi per una cura sperimentale contro il cancro della sorella maggiore, per citarne una su tutte.
Ma soprattutto dentro CareMaker c’è un mondo di contenuti e visioni che sarebbero degne di approfondimenti ben diversi da quelli che un post consente.
Il valore di questa piattaforma danese, ideata in Danimarca da Søren Nørgaard, non è tanto nella forza di redistribuire denaro, dettaglio peraltro sicuramente non trascurabile, ma nella capacità di attirare e coinvolgere persone e farle aderire, anche materialmente, alle cause che la piattaforma raccoglie e rilancia. In sostanza, a parità di risultato, quello che importa davvero è il numero di persone che hanno contribuito a raggiungerlo. La piattaforma, ovviamente, è social da tutti i punti di vista: è social perché è legata sia dal punto operativo che da quello “emozionale” ai social network. Ma soprattutto è sociale perchè punta al coinvolgimento ed all’impatto sulla comunità e sui suoi singoli membri.
L’argomento, inoltre, vale a dire il fundraising, secondo la maggior parte dei commentatori è la strada sulla quale indirizzare gli sforzi per garantire sostenibilità alle imprese sociali ed al welfare, in chiave moderna e sussidiaria. Oltre all’idea che pubblico e privato devono cooperare ecco la suggestione del cittadino sostenitore, oltre che imprenditore, tanto cara al Nobel Yunus, inventore del microcredito e sostenitore degli investimenti ad impatto sociale.
Il coinvolgimento del privato garantisce criteri di valutazione dell’impatto sociale non limitati alla sola verifica del processo, e dà sostanza al riscontro del risultato, introducendo il criterio della condivisione e del numero dei sostenitori della causa promossa.
Gli scenari aperti dal successo di CareMaker, che punta a diventare la prima piattaforma europea di fundraising da privato a privato, sono affascinanti quanto inquietanti. E lo sono nella misura in cui la piattaforma si pone l’obiettivo di agevolare in maniera facile e trasparente la raccolta dei fondi in favore della persona per cui ci si adopera, o per la causa sostenuta, rimuovendo ogni ulteriore ostacolo e mediazione. Ed oltre al capitale economico c’è anche quello relazionale e reputazionale, oggi sempre più strategico non solo per le dinamiche del business aziendale. A lasciare perplessi piuttosto è il ritardo con cui in Italia si affronta il tema del crowdfunding, sia dal punto di vista normativo che quello culturale, in particolare in un paese gravato da un debito pubblico che sembra impedire una ridistribuzione efficace di risorse e che limita l’ambizione di politiche di rilancio e di crescita.
Per cogliere la portata innovativa di CareMaker è sufficiente guardare questo video, ovviamente virale ed affidato alla piattaforma social di YouTube https://www.youtube.com/watch?t=121&v=-WSa2ajmD4U
Di seguito il link al sito della piattaforma https://caremaker.com

DONNE E PROFESSIONI. Le quote rosa nel lavoro

IMPRENDITORIA FEMMINILE

Le donne rappresentano oltre il 50% della popolazione europea, ma molte meno avviano una propria impresa.
La Commissione Europea ha da poco pubblicato uno studio riguardante dati statistici sulle donne imprenditrici in Europa: le imprenditrici rappresentano il 29% del totale degli imprenditori (11,6 milioni) in Europa (UE-28 + Albania, Repubblica Jugoslava di Macedonia, Islanda, Israele, Liechtenstein, Montenegro, Norvegia, Serbia, Turchia). Dal 2008 c’è stato un lieve incremento del 3% delle donne imprenditrici nell’UE.
In Europa le donne costituiscono la maggioranza delle imprese senza dipendenti (78%). Le aree di business che le donne preferiscono sono le attività sanitarie e di assistenza sociale, servizi e formazione, commerciale e agricolo, ma di rilievo è anche la presenza nel settore manifatturiero, nell’informatica e nei servizi alle persone.
In Italia, il numero delle giovani imprenditrici ha superato quello delle richieste di assunzioni indirizzate a donne under 30. Pari a 15.800, di cui 5.170 a tempo indeterminato e 10.630 a tempo determinato, contro le circa 18.000 nuove aziende rosa iscritte nel corso del 2014.

La regione leader di questo dato risulta essere la Lombardia, seguita dalla Campania e dal Piemonte. Fanalini di coda di questa classifica risultano essere la Basilicata, l’Abruzzo e il Molise.

Una fascia di popolazione, quella in particolare delle donne al di sotto dei 35 anni, che nonostante tutto include ancora oltre due milioni di Neet: ragazze e donne senza lavoro che né studiano né seguono corsi di formazione. Oltre questa età e fino ai 64 anni sono quasi un milione le donne “inattive”, che si dicono in generale scoraggiate e non tentano nemmeno più di cercare un’occupazione. La vocazione imprenditoriale delle donne italiane necessita però ancora di un’ulteriore spinta motivazionale e maggiore informazione sulle possibilità a disposizione, considerando il fatto che 7,5 milioni di donne sono casalinghe a fronte di 9,3 milioni di occupate. Una percentuale che sfiora il 45% e pertanto considerevole e potenzialmente produttiva.

I dati complessivi ci dicono che le donne d’impresa raggiungono la quota 1.295.942; così dice l’Osservatorio per l’imprenditoria femminile di Unioncamere e InfoCamere, sulla base dei dati del I trimestre 2015.
Se, in media, più di una imprese su cinque è femminile, in alcuni ambiti e regioni il peso sale vertiginosamente. I casi più significativi, in rigoroso ordine di incidenza del tasso di femminilizzazione (che esprime la percentuale di imprese femminili sul totale delle imprese) si incontrano: le altre attività di servizi per la persona, dove le imprenditrici rappresentano il 58,63% del tessuto imprenditoriale del settore, l’assistenza sociale non residenziale (56,88%), la confezione di articoli di abbigliamento (42,59%), i servizi di assistenza sociale residenziale (40,06%) e le agenzie di viaggio (37,42%).
Se poi si guarda all’apporto delle donne all’interno del mondo artigiano, nel quale le 214.815 imprese artigiane a guida femminile rappresentano quasi il 16% del totale imprese artigiane esistenti al 31 marzo 2015, la mappa dell’impresa femminile un po’ si modifica, accentuando l’apporto, in diversi casi davvero sostanziale, ad alcuni dei settori di punta del made in Italy. In questi ambiti, l’imprenditoria femminile nel 2015 si ricongiunge con le tradizioni radicate nei territori, le tecniche tramandate di generazione in generazione e quella creatività ed eleganza si colora fortemente di rosa. Infatti, l’incidenza dell’imprenditoria artigiana femminile, oltre ad essere determinante nelle altre attività dei servizi alla persona (64,17%), nelle attività creative, artistiche e di intrattenimento (50,46%), nei servizi di informazione (45,97%), diventa addirittura maggioritaria nella confezione di articoli di abbigliamento (55,94%), e assume un notevole peso specifico nel tessile (dove la componente femminile incide sul totale degli artigiani per il 42,30%), con punte del 50% di imprenditrici impegnate nell’arte del finissaggio dei tessuti, del 47% nel confezionamento di articoli di biancheria per la casa, del 57% nella fabbricazione di altri materiali tessili (quali nastri e passamanerie) e del 42,3% nella realizzazione di tulle, pizzi e ricami. Importante, inoltre, l’apporto femminile all’artigianato legato alla fabbricazione di bigiotteria (52,89%), alle lavorazioni in ceramica e porcellana (42,41%) alla fabbricazione di articoli in pelle (31,09%) ed all’alimentare (25,32%). Analizzando solamente le nuove domande di apertura, il commercio (39,1%) e il turismo, tra alloggio e ristorazione (12,7%) superano la metà delle scelte imprenditoriali della categoria.

Al fine di agevolare la creazione di imprese da parte di donne, sono state implementate, negli ultimi anni, diverse iniziative destinate la finanziamento agevolato delle stesse, da parte dei vari Enti che governano il settore in Europa e nel nostro Paese.
Si tratta di finanziamenti comunitari, statali e regionali, predisposti ciclicamente per conseguire progetti di sviluppo delle imprese. Questi si possono ottenere in conto capitale ovvero a fondo perduto, oppure in conto interessi.
La contribuzione all’integrazione delle donne nel mondo dell’economia e nel processo decisionale è l’obiettivo del progetto europeo proposto da Eurochambres, l’Associazione dei sistemi camerali di 41 paesi europei, approvato recentemente dalla Commissione europea. Eurochambres Women Network, si propone tre finalità: contribuire al raggiungimento degli obiettivi di crescita economica europea promuovendo la diffusione dell’imprenditorialità femminile e la presenza delle donne nel mondo del lavoro; sostenere il principio delle pari opportunità; individuare e realizzare forme di valorizzazione e di sostegno adeguati alle specifiche necessità delle imprenditrici.
A livello nazionale (ma ora di competenza regionale) è invece da tempo operativa la legge 215, che concede fondi per la formazione imprenditoriale, la qualificazione/riqualificazione professionale femminile e per la costituzione di nuove società composte in maggioranza da donne. Le agevolazioni finanziarie possono essere concesse sotto forma di contributi a fondo perduto e finanziamento a tasso agevolato per gli investimenti e di credito di imposta equivalente al contributo a fondo perso.

Confcommercio ha reso noto l’avvio di nuove agevolazioni riservate al settore dell’imprenditoria femminile. I nuovi strumenti di accesso al credito agevolato, finalizzati allo sviluppo e la crescita delle imprese femminili, sono frutto dell’accordo sottoscritto dal Dipartimento Pari Opportunità, dal Ministero per lo Sviluppo Economico, dall’ABI e dalle principali Associazioni di categoria, tra cui la stessa Confcommercio.
Il Protocollo d’intesa prevede, nel dettaglio, che vengano riservati alle imprese femminili, start-up, 10 milioni di euro dei 20 milioni riservati alle PMI dal Fondo di Garanzia per le PMI, permettendo così di raggiungere un plafond di finanziamento pari a circa 300 milioni di euro..
Ricordiamo che al Fondo di Garanzia per le PMI, recentemente aperto anche a nuovi intermediari diversi dagli istituti di credito ed i Confidi come assicurazioni e fondi di credito, possono fare accesso sia le piccole e medie imprese che i professionisti. Il credito alle PMI e ai professionisti viene concesso grazie alla garanzia fino all’80% di qualsiasi operazione finanziaria finalizzata all’attività di impresa, fino a un massimo di 2,5 milioni per singola azienda.

Parlando di donne e professioni, non possiamo ora dimenticare di analizzare la parte del loro universo professionale relativa alle Grandi Aziende ed alla partecipazione femminile nei board delle stesse o in posizioni apicali.
Il numero delle donne nella “stanza dei bottoni” aumenta, pur essendo ancora lontano dalla parità con gli uomini. Ma il sistema delle quote stabilite per legge nei consigli di amministrazione sembra funzionare, facendo crescere maggiormente la presenza del sesso femminile nei paesi in cui tale sistema viene applicato. Un sondaggio effettuato dalla Catalyst, una società di analisi di mercato senza fini di lucro, indica che la proporzione di donne nei cda delle maggiori aziende quotate in Borsa varia dal 35,5 per cento in Norvegia al 3,1 per cento in Giappone. Lo studio, che ha esaminato 1.500 società in venti paesi, rilevando che dove le quote esistono si vede un maggiore equilibrio tra i sessi. E confermando che il numero delle donne al vertice delle aziende cresce progressivamente man mano che cresce il numero delle donne nei consigli di amministrazione.
In Francia, dove sono state introdotte le quote, il 29,7 per cento dei posti nei cda delle 40 più grandi aziende quotate alla borsa di Parigi sono occupati da donne. In Gran Bretagna, dove c’è la minaccia di imporre quote se un quarto dei posti nei cda non andranno alle donne entro la fine del 2015, il 22,8 per cento è già stato raggiunto per cui manca poco all’obiettivo prefissato. In Germania sono donne il 18,5 per cento delle posizioni nei consigli di amministrazione della maggiori società. Negli Stati Uniti la percentuale è del 19,2 per cento; in Canada del 20,8; globalmente, in Europa, nei quattordici paesi considerati dalla ricerca (tra i quali non figura l’Italia), si va dal 35 per cento di donne nei cda in Norvegia al 18 per cento della Spagna, al 10 per cento dell’Irlanda e al 7 per cento del Portogallo; mentre in Asia c’è Hong Kong al 10, l’India al 9 e il Giappone, fanalino di coda, appunto al 3 per cento.
In Italia solo il 15% dei membri che siedono in un Consiglio di Amministrazione è donna: il dato, sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni, emerge da un’analisi elaborata dall’Ufficio Studi di Grant Thornton su 13.133 aziende italiane con fatturato compreso tra 30 e 500 milioni di Euro.
Esaminando la ripartizione geografica emerge che il 61% delle donne che sono membri di Consigli di Amministrazione è nel nord Italia, il 34% al centro e solo il 5% al sud.

Analizzando la distribuzione per dimensione di fatturato, le donne sono presenti in modo particolare nei Consigli di Amministrazione di Aziende con un fatturato compreso tra 30-100 milioni (che rappresentano circa il 69%): la presenza di quote rosa va mano a mano diminuendo con l’aumentare del fatturato delle aziende. A livello di incarichi le donne a presiedere i Consigli di Amministrazione in qualità di Presidenti rappresentano il 6,6% ( sostanzialmente stabili rispetto al 2014) ed il 13,8% ricoprono la carica di Amministratore Delegato, dato in aumento rispetto agli anni precedenti.

Nell’ambito della Comunità europea, la parità di genere, ha trovato espressione in una proposta di Direttiva sugli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate: entro il 2020, il 40 per cento dovrà essere costituito da esponenti del sesso meno rappresentato, cui va attribuita priorità rispetto a candidati del sesso opposto.
Un criterio di diversificazione negli organi di gestione di enti creditizi e imprese di investimento, per “età, sesso, provenienza geografica e percorso formativo e professionale”, è inoltre presente nelle direttive 2013/36/UE e 2014/65/UE, in materia di mercati degli strumenti finanziari (la cosiddetta Mifid 2) e mira a contrastare il “fenomeno della mentalità di gruppo”, attraverso la rappresentazione di “una varietà di punti di vista e di esperienze”.
Mentre la parità di genere viene perseguita mediante l’automatismo connesso a quote percentuali predefinite, la valorizzazione delle diversità, tra cui quella di genere, si fonda sulla trasparente valutazione comparativa di profili eterogenei, svolta in base alle specificità aziendali.
Nell’ordinamento italiano, il legame tra politiche di diversità e obblighi di trasparenza è previsto nelle Disposizioni di vigilanza per le banche (circolare n. 285/2013), recentemente aggiornate in attuazione della direttiva 2013/36/UE; inoltre, era contenuto nelle raccomandazioni del Codice di autodisciplina redatto dal comitato per la corporate governance promosso da Borsa italiana.
L’obiettivo della parità di genere viene ispirato non solo a istanze di equità e uguaglianza, ma soprattutto di efficienza aziendale. La valorizzazione delle diversità in maniera motivata, infatti, può contribuire a rimuovere in modo sostanziale – e non quale mero effetto formale di un automatismo percentuale – gli ostacoli culturali che si frappongono al riconoscimento di una parità effettiva. Gli obblighi di trasparenza previsti non paiono, peraltro, meno efficaci rispetto alla vincolatività delle quote: il sindacato pubblico, incidendo sull’organizzazione funzionale delle imprese, rappresenta per queste ultime un forte stimolo a operare le scelte più corrette.

Lo sviluppo di questo mondo e la consapevolezza dei vantaggi portati dalla presenza di personalità di genere diverso, ha aumentato la sensibilità pubblica verso questa tematica e non è un caso quindi che si sono moltiplicati stage di formazione imprenditoriale e/o manageriale e premi per le piccole e medie imprese rivolte ad una parificazione dei sessi. Si possono fare tantissimi esempi, da Nord a Sud Italia, passando per la Capitale Roma. Questi premi spesso sono soldi in denaro destinati alle migliori idee e prospetti sulla piccola e media impresa. Un modo quindi di stimolare questo mercato, spesso bloccato dalle troppe tasse o dall’impossibilità di dar vita a un proprio progetto per mancanza di liquidità. Un sostegno a questo mondo dell’imprenditoria e delle professioni è necessario per far emergere personalità eccelse che non sono solo maschili.

Cfr. http://spazioeconomianews.blogspot.it/2015/06/spaziodonna-con-vitalba-azzollini.html

L’ALTRA META’ DELLA TERRA

L’ALTRA META’ DELLA TERRA

Le donne di Women4Expo sbarcano a Milano. In questa settimana la Fiera più grande del
mondo ospita WomenWeek, ciclo di conferenze e di iniziative in cui al centro ci sono le
donne, le imprenditrici e le mamme, con la solita particolare attenzione alla riduzione degli
sprechi e delle disuguaglianze tra chi ha troppo poco e chi ha troppo.
Women For Expo è il progetto che nasce dalla collaborazione dei Ministeri degli Affari
esteri, Il Ministero della Cooperazione Internazionale, la Fondazione Mondadori, la FAO, il
WFP,, Valore D, Oxfam, Save The Chidren, Aspen Institute Italia, Human Foundation e
Action Aid.
Al di là della visibilità mediatica di cui godono le iniziative sulla parità di genere, e la
unanime simpatia da cui sono circondate, la questione oggi in Italia e nel mondo è di
portata epocale. La questione della nutrizione del pianeta è una occasione utile per riflettere
sulle ragioni profonde di una disparità che in molte parti del mondo non accenna a
diminuire. tra queste ragioni profonde l’accesso al mondo del lavoro, rappresenta una
metafora ed una indicazione chiara rispetto a quello che ancora si deve o dovrebbe fare
ridurre le differenze tra i sessi.
Le disparità, la scarsa capacità di includere e le divaricazioni sempre più evidenti nel quadro
di una distribuzione delle ricchezze sono sicuramente blocchi importanti di una società che
invecchia e fatica a crescere, con le dovute sfumature nello scenario globale. Al di là dei
paradossi sulla condizione femminile in alcune parti del mondo WomenWeek è sicuramente
una occasione utile per fare il punto della situazione su come stanno andando le cose nel
mondo ed in particolare in Italia.
I dati forniti dalla statistica sono ampi e complessi, ne scegliamo alcuni
Il nostro paese rispetto all’Europa non presenta dati incoraggianti, quantomeno in termini
assoluti. Anzi probabilmente la crisi che si abbatterà sul nostro paese secondo gli analisti,
dal punto di vista della demografia e della popolazione attiva, potrebbe essere mitigata
proprio da un ingresso massiccio di donne nel mercato del lavoro.
Guardando i dati disponibili, in particolare quelli forniti dall’associazione Openpolis e
contenuti all’interno del dossier “Gender Equality fra politica imprese e lavoro”, risalenti al
febbraio del 2015, in Italia le donne lavorano meno e con una retribuzione media più bassa
di quella degli uomini, nonostante siano in possesso di un tasso di scolarità molto più alto.
Rispetto al numero di donne occupate, in Italia lavora il 46,5 per cento delle donne, rispetto
al 58,7% della media in Europa.
In Italia, fatto 100 il numero dei laureati maschi le donne con la laurea sono 155.
Il 57,8% di donne italiane con un bambino lavora, i papà che lavorano sono l’86%, in
Europa la media delle mamme al lavoro è del 63,4%; il dato resta stabile per gli uomini
mentre scende, anzi “crolla” per le donne al 35,5% quando i figli crescono. In Europa il
tasso si attesta al 45,6%. Con tutti i limiti dati dalla differenza di contesto e di “cultura”, se
si vuole avere un idea di come i dati disaggregati siano impietosi, basta un paragone con la
Danimarca, dove il 77% delle donne con tre o più figli lavora, rispetto al 57% delle donne
italiane che hanno un figlio solo.
I dati relativi all’Italia sono aggregati, e nascondono le ben note disparità tra le diverse
regioni della Penisola. la fonte citata è http://blog.openpolis.it/2015/03/06/nuovominidossier-openpolis-gender-equality-fra-politica-imprese-e-lavoro-uguaglianza-genere/

Rispecchiano la situazione ben nota dell’Europa che viaggia a due velocità, in termini di
welfare, di approccio al lavoro, di sostegno alla famiglia e alla maternità. Lavorare e fare
figli non è scontato, e non è nemmeno facile. Se poi si è freelance, per dire, diventa una
impresa quasi proibitiva, perché i freelance, forzando un po’ e neanche troppo, pagano le
tasse ma hanno pochi diritti, tra questi non c’è la maternità. Diventare mamme e lavorare è
sempre più un privilegio per poche. Almeno in Italia.

Ideazione, distruzione e creazione

La distruzione creativa

In inglese il concetto è a suo modo positivo, di una ampiezza creativa, disruption vuole dire rompere, andare fuori dagli schemi, andare oltre. Costruire, pensare e costruire. Al di là di una certa fiducia, tutta illuministica e liberale, provare a smontare e rimontare, riassemblare. Immaginare, e dare concretezza. Ma non si tratta di immaginazione al potere, anzi non c’è potere e probabilmente non c’è conflitto, al contrario c’è la volontà di mettere assieme, di cercare alleanze e costruire reti di supporto, senza le quali non c’è sviluppo.
Prendete un manuale di design e sfogliatene le pagine, o le illustrazioni, secondo il volume che scegliete. Troverete di sicuro i leggendari Levi’s, o i Moon Boot, i famosi doposcì pensati per la neve e ispirati dagli stivali del primo uomo sulla Luna. Oggi l’immaginazione porta alle reti, al mondo globale, alla riduzione delle disparità, agli scenari che mettono assieme. E chi non mette assieme oltre a rimanere solo perde funzioni e termini di paragone.
Difficile non comprendere la portata, e la forza, di una idea così nuova e creativa. Non esiste il genio, esiste la perizia, la conoscenza e la fatica di uno studio metodico concretizzata nella capacità di applicare, interpretare e dare sostanza.
Oggi però la novità è che le cose devono avere un fine che non potrà essere sempre a vantaggio di pochi, ma dovrà tendere a cercare opportunità e garantire una possibilità di entrata a tanti. La chiave per uscire dal labirinto e stare nella rete che aggrega e si modifica senza sosta è proprio l’accesso: oggi la rete deve includere, e la tecnologia, nuova vera chiave di accesso, ha questa nuova grande funzione. Deve creare e garantire accesso, altrimenti, banalmente, non serve a nessuno, al singolo come alla comunità.
Volendo essere provocatori, la versione italiana di questa tendenza, riduttiva e per certi aspetti tipica del nostro paese, è la vulgata della rottamazione, versione volgare e muscolare che non crea sinergie, ma porziona e seziona, taglia a pezzi una società sempre più vecchia e sempre più stanca. Che riflette le paure di un paese che cerca disperatamente una strada e fatica a trovare il meccanismo dell’assemblaggio che invece sarebbe l’unico modello possibile. A partire dallo scontro tra generazioni e dal grande tema della sostenibilità del modello di welfare, tutto centrato sul conflitto, mai sulla condivisione. La crescita oggi passa di qui, da una evoluzione culturale dei parametri che guidano l’innovazione e la creazione di nuove opportunità.

INNOVAZIONE, SCAMBIO DI IDEE ED INTELLIGENZE

RENA. Festival delle comunità del cambiamento

Jack Canfield: “tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura”

C’è aria di cambiamento in Italia. Un cambiamento che si percepisce già da anni ma che fa fatica a prendere il sopravvento. Si parla di Innovazione e Cambiamento, gli attori protagonisti sono tanti ma non sono ancora la maggioranza.
Si percepisce una certa indefinita voglia di cambiare: la formazione incalza, i social prendono il sopravvento, l’innovazione tocca tutti gli ambiti di pensiero o settori lavorativi. Le competenze necessarie per affrontare il futuro assumono ogni giorno sfaccettature diverse e aumentano sempre di più: innovazione sociale, innovazione culturale, rigenerazione di spazi, educazione di frontiera e welfare sono le nuove parole chiave che potrebbero definire questa spinta, creativa per certi aspetti, ma a cui manca sempre l’elemento di concretezza che il mondo economico si aspetta. La comunicazione diventa collaborativa, crowdsoucing e attivismo online. Il Crowfunding assume diverse sfaccettature, si adegua alle esigenze del nuovo millennio: ora per restaurare una chiesa si adotta un mattone, per il convento di sensibilizza la comunità mediante video magari redatti da startup locali. Non ci si vuole più sentire di nicchia, nascosti: le startup oggi sono all’insegna dell’innovazione, open ed al servizio di tutti, i meeting delle sturtup all’insegna del cambiamento, percepibile e comunicabile a 360°, e dell’accelarazione i Comunità, la nuova sfida per chi fa sviluppo e pensa a modelli “Glocal”.
Come il festival delle comunità del cambiamento, dell’Associazione RENA. di scena lo scorso weekend a Bologna, il 13 e 14 giugno, “il momento di scambio … in cui l’energia e l’intelligenza collettive cercano di prevalere sulle difficoltà e il senso di isolamento, o d’individualismo, esperiti spesso e volentieri nel quotidiano”. Parola di Chiara Galloni, che dal marzo 2014 coordina il presidio Cultura dell’Associazione RENA.
Nel nostro paese ci sono grandi potenzialità, grandi idee, e grandi progetti, eppure sembra facciano fatica a venire a galla, come se mancasse un pezzo. un vero e proprio “assemblaggio” che acceleri processi e percorso di innovazione e cambiamento. È piena di pionieri l’Italia, la tanto temuta crisi che incombe su di noi da anni ha stimolato gli sforzi di professionisti di tutti i settori, alla ricerca di soluzioni, di nuovi strumenti e di buone pratiche per costruire un modello in grado più sostenibile.
Cosa manca allora? Forse nulla, basta crederci e lavorare sulle reti, costruirle e rafforzarle, per passare dalle politiche alla politica.
“Bisogna continuare ad ispirarci a vicenda, e a creare connessioni sempre più intense tra le comunità del cambiamento”. Francesco Russo, presidente di Rena, nei suoi sentiti ringraziamenti alla partecipazione del festival, non dimentica gli sforzi fatti finora, quelli in atto e i risultati che le varie comunità, unite tra loro, vogliono raggiungere, a tutti i costi.
Ormai abbiamo capito che “mettendo assieme un numero crescente di diversità, intuizioni e passioni si possono trovare soluzioni tanto inattese quanto necessarie per problemi di cui da troppo tempo si parla senza affrontarli realmente”.
E ancora: “il nostro compito, quello che più o meno consapevolmente siamo andati assumendoci nel corso del tempo, il nostro mestiere se volete, è di far finalmente uscire il Paese dall’epoca in cui si cercavano soluzioni ideologicamente e formalmente blindate – la lunga epoca dello stallo permanente che abbiamo conosciuto, anzi per la verità subito – per proiettarlo in una stagione in cui lo slancio verso le soluzioni, verso il si può e si deve fare, verso il risanamento del gap di fiducia e di prospettiva con altre realtà europee costituisca il carburante non solo della nostra azione ma del Paese tutto. Questa fiducia va coltivata, RENA la sta costruendo con forza – basta scorrere l’elenco dei nostri soci collettivi e dei partner dei nostri progetti – perché è convinta che da lì passi una delle chiavi del cambiamento e che da lì si debba partire per un cambio di paradigma profondo rispetto alla fase precedente.” È questo l’incoraggiamento di Francesco Russo, che sostiene “La responsabilità di generare e aggregare la domanda di cambiamento ce la sentiamo addosso tutti i momenti. Questa è la nostra idea di cittadinanza….Se la politica smette di ascoltare le opinioni pubbliche e le vibrazioni che la attraversano, è compito di queste ultime alzare l’asticella e chiedere con forza cambiamento e innovazione. Sta tutti lì sta tutto nell’altezza del livello a cui decideremo di agire e operare. Sta tutto nella qualità del nostro impegno.”
Bisogna crederci insomma, fino in fondo e con tutti gli strumenti immaginabili, possibilmente condivisi. Ormai il mondo s muove all’insegna della condivisione: sharing economy, ma anche services, dalle macchine alle baby-sitter, al posto di lavoro, il coworking, o alla colletta alternativa per un restauro di un bene pubblico con i più disparati esempi di crowfunding.
La parola d’ordine è condividere all’insegna dell’innovazione alla portata di tutti, in modo tale da arricchire l’insieme globale e costruire nuove relazioni.
E proprio le relazioni sono il motore di questo cambiamento: non si può più pensare di stare chiusi in casa a lavorare, di non conoscere il “vicino di sedia” a una conferenza piuttosto che al bancone imbandito durante l’aperitivo di un festival, che infatti diventa “Aperitivo networking”, come da programma. Bisogna condividere tutto: pensieri, astrazioni, sogni e ambizioni al fine di trovare un comune denominatore che faccia unire le forze di tutti per raggiungere uno scopo condiviso e utile per la comunità.
L’obiettivo è che queste passioni e intuizioni diventino buone pratiche applicate al “Sistema Italia”, dalla politica alle imprese, fino all’indole più intima di ognuno di noi.
“Per fare questo – oltre alla tenacia e alla passione che certo non mancano – abbiamo innanzitutto bisogno di tanto studio e ricerca; perché prima di convincere bisogna capire, approfondire, distruggere e ricostruire per essere “robusti”, nel senso che gli economisti attribuiscono al termine. E abbiamo bisogno anche di alcuni strumenti comuni. A proposito di non sazietà, è delle vostre idee vogliamo nutrirci”, come sostiene Fabio Malagnino, Giornalista del Consiglio regionale del Piemonte e altre testate. “Se vogliamo che le nostre passioni e intuizioni diventino agenda diffusa e condivisa del Paese, dobbiamo assumerci la responsabilità di costruire una riflessione comune convincente e coinvolgente, oserei dire quasi una cornice teorica per quello che facciamo.”
Sembra essere questo il momento quindi, di tirare fuori il coraggio di farsi sentire, di imporre le proprie idee innovative per metterle al servizio della comunità, all’insegna di un cambiamento che deve essere radicale.
Forse siamo davvero agli albori di un nuovo modello, o almeno di una Trasformazione grande, e stavolta di sistema: passando attraverso l’innovazione digitale, culturale, sociale e di processo, Serve coraggio, probabilmente oggi alla contaminazione non c’è alternativa. Diana Montagna

PIEMONTE, LAVORO E LAVORI

Piemonte-Italia

Che l’italia non fosse un paese per giovani lo si è scritto e letto in tutte le forme e le lingue possibili. Che però i dati del mercato del lavoro in Piemonte fossero così brutali nel rispecchiare una situazione tanto drammatica per le giovani generazioni non era prevedibile nemmeno per i meno ottimisti.
Un rapido sguardo di insieme.
Nella regione dove nacque la metalmeccanica e la prima industria d’Italia incominciano a vedersi i primi segnali di una ripresa, debole dal punto di vista occupazionale, debolissima se si guardano gli indicatori economici. Tengono e bene i distretti legati al food e al made in italy di qualità, in particolare il distretto orafo di Valenza, seguito dal cioccolato e da alcune produzioni vitivinicole, affondano i distretti tradizionalmente manifatturieri, come quello del freddo di Casale o della manifattura pesante della valle di Susa. L’agricoltura cresce, insieme al turismo enogastronomico e ad un certo artigianato di qualità, e favorisce un fenomeno inedito e davvero molto interessante di ricambio generazionale tra gli imprenditori. Crescono anche le realtà imprenditoriali nuove, le cosiddette startup, tecnologiche o meno. Crescono nel numero gli incubatori e i coworking.
Eppure aumenta in maniera drammatica la percentuale dei net, dei giovani inoccupati, ovvero quelli che non hanno mai lavorato, e dei disoccupati, quelli che un lavoro lo avevano e non ce lo hanno più.
Ragionare sulle dinamiche del mercato del lavoro piemontese equivale a ragionare su una realtà che per anni ha anticipato e indirizzato le vicende economiche e produttive del paese.
Il Piemonte è stato negli ultimi anni il simbolo della manifattura in Italia, della sua espansione e della sua crisi. Ha aperto la via della delocalizzazione e ha mostrato la capacità di immaginare nuove strade, a partire dal turismo, dall’agricoltura e dalla enogastronomia.
In Piemonte, così come in Lombardia su basi e presupposti politici molto diversi, si sono sviluppate e pensate le prime politiche attive per il lavoro e per l’occupazione. Ma mentre in Lombardia ci si è occupati non solo delle politiche di reinserimento di chi per effetto della crisi perdeva l’occupazione, in Piemonte ci si è concentrati quasi esclusivamente sulle fasce degli espulsi.
Non è un caso se in Piemonte l’autoimpiego è visto con un certo sospetto, probabilmente a causa di retaggi economici e sociali che oggi non hanno molto motivo di essere.
E’ ragionevole pensare che in Piemonte si vedano gli effetti di anni di scelte politiche che hanno premiato, o che comunque si sono occupate in prevalenza degli espulsi del mercato del lavoro, lavoratori maturi e poco propensi a cambiare attitudini e modalità lavorative.
La destinazione delle risorse è stata per anni totalmente a sfavore dei giovani lavoratori e del lavoro dei giovani, mentre la manifattura, nel frattempo, inseguiva condizioni retributive più vantaggiose per l’azienda nell’est Europa o nell’estremo oriente. Uno dei risultati è la scarsa vocazione all’autoimprenditoria e una certa debolezza nello stimolare forme di lavoro nuove e in grado di valorizzare le energie emergenti. Il numero della disoccupazione giovanile nasce da li, da scelte politiche che hanno individuato i soggetti su cui intervenire, sicuramente legittime ma nel complesso giocate sulla difesa dell’esistente più che sul disegno di scenari futuri.
Oggi pare che si sia invertita questa tendenza, anche se probabilmente è ancora presto per capire quali saranno gli scenari futuri.
Le start-up, un po’ come il vino o il masterchef, oggi vanno di moda. Incomincia a consolidarsi una nuova etica del lavoro e dell’imprenditoria, aggiornata ai tempi che corrono.
Presto per essere ottimisti, forse, ma ugualmente vale la pena tentare di credere che i decisori abbiano compreso che occorre costruire alternative credibili ad un modello di sviluppo che oggi va ridefinito ed aggiorbato. Inutile intestardirsi sulle politiche passive del lavoro, sapendo che spesso sono un tentativo di procrastinare una fine certa dell’azienda da “salvare”. La coperta è stretta e vanno fatte delle scelte.
Una ultima nota sulla scuola, in tempi di riforme e dibattiti in corso, spesso velenosi come sempre capita quando ci si occupa di istruzione in Italia. L’occupazione dei giovani e l’employment si dovrebbe già “studiare” a scuola, altrimenti è troppo tardi. Il fenomeno Neet si deve prevenire più che curare. E alle buone idee si devono dare gambe solide, risorse adeguate e reti efficienti.
Sarebbe utile che tutti gli attori in campo si facessero carico del problema, e che nessuno, tra enti istituzioni, associazioni, media e opinion leader, si sentisse esentato dall’impegnarsi sulla ricerca di soluzioni e strategie. Serve crescere. E per crescere serve investire sulle energie che ci sono, possibilmente tutte, comprese quelle che hanno meno di quaranta anni.
In Italia lavora una persona su tre, non si fanno figli e i giovani stanno a casa fino e oltre i 30 anni. Non sono queste le condizioni che possono accompagnare un nuovo percorso di crescita economico e sociale.

WORKING VOUCHER E WORKING POORS

Voucher e Working Poor

La notizia in sè non è sensazionale, o meglio non lo è per gli addetti ai lavori.
Eppure la dichiarazione del neopresidente dell’INPS, l’economista Tito Boeri, ha fatto discutere non solo i professionisti ed i consulenti che si occupano del tema.

Secondo Boeri i Vaucher sono troppo usati, o abusati, secondo i punti di vista.
In una intervista al quotidiano “La Repubblica del maggio Boeri sostiene che i voucher rischiano di diventare “la nuova frontiera del precariato” e mostra numeri decisamente poco lusinghieri: in un periodo di 5 anni, dal 2008 al 2014, le prestazioni occasionali coperte da voucher sono passate da poco meno di 25mila a più di un milione, e i voucher sono passati da 480mila a 63 milioni. In alcuni casi gli incrementi sono ancora più significativi, in Lombardia nel 2012 si sono venduti 3,87 milioni di voucher, 6,67 nel 2013 e 11,67 nel 2014, praticamente un aumento del 400% in due anni.
Ovviamente il Presidente Boeri usa parole diplomatiche per inquadrare il fenomeno: l’idea che la prestazione occasionale possa essere una frontiera del precariato è politicamente corretta e decisamente motivata. Al Professor Boeri però non sfuggono le questioni strutturali del mercato del lavoro in Italia e un andamento drammatico degli indicatori degli ultimi anni, proprio quelli che si analizzano nel mostrare l’aumento delle prestazioni occasionali.

Per capire meglio di cosa si stia parlando proviamo a spiegare innanzitutto cosa sono i voucher.
Tutti coloro i quali svolgono un lavoro “occasionale accessorio”, cioè tutti quei lavoratori che non sono riconducibili a contratti di lavoro di alcun genere, possono essere impiegati con una voucher che garantisce le coperture assicurative e previdenziali, cioè quelle con l’INAIL e l’INPS. Secondo la legislatura vigente chi può utilizzare questa tipologia di lavoratore per le prestazioni accessorie sono enti, imprese di vario tipo e famiglie.
I soggetti che possono svolgere questo tipo di lavori sono gli studenti al di sotto dei 25 anni, i pensionati, tutti i lavoratori, tranne quelli del settore agricolo. Insomma praticamente tutti.
I settori produttivi presso cui si può utilizzare il voucher sono tutti i settori produttivi, compreso quello agricolo ma solo nelle attività stagionali e presso piccoli imprenditori e solo lavoratori pensionati o sotto i 25 anni.
In pratica i voucher sono lo strumento tipico delle babysitter, dei piccoli lavori di giardinaggio e manutenzione, di organizzazione di eventi e fiere, di consegne porta a porta, di lezione private, e dei lavori agricoli stagionali. Coprono quelle prestazioni che rientrano sotto il tetto dei 5000 Euro annui, limite della cosiddetta ritenuta d’acconto, oltre il quale deve scattare l’assunzione o l’apertura di una partita IVA. Il fine per il quale sono stati istituiti i voucher a copertura del lavoro occasionale era quello di favorire l’occupazione di quei soggetti non ancora dentro i mondo del lavoro o a rischio esclusione, spesso confinati in una zona grigia tra lavoro regolare e lavoro nero. Ed in effetti la prestazione occasionale spesso viene intesa come uno degli strumenti di contrasto al lavoro nero.

In sintesi, le prestazioni occasionali consentono di entrare nel mercato del lavoro garantendo una finestra al lavoratore per provare un inserimento graduale e non vincolante, sgravano l’azienda di costi eccessivi, legando il lavoratore ad un risultato retribuito, e non impongono al lavoratore un percorso traumatico verso l’autoimprenditoria, o peggio ancora verso il lavoro irregolare. Per quanto riguarda invece le prestazioni occasionali, il babysitting o le ripetizioni private, consente alle parti una copertura assicurativa e allo stato di regolamentare un lavoro che altrimenti non sarebbe trattabile e quindi tassabile. Esistono infatti lavori che per loro natura sono occasionali, e pericolosi, come le vendemmie o la raccolta di frutta, per cui è necessario prevedere le basilari forme di assicurazione e previdenza.

Si ripropone dunque in maniera drammatica la questione del lavoro nero in Italia e della percentuale degli occupati pari a poco più del terzo della popolazione residente nel nostro paese.
Per concludere la notizia potrebbe essere probabilmente un altra: in Italia un milione di persone hanno ufficialmente un reddito da lavoro pari a 5mila Euro annui, ampiamente sotto la soglia di povertà. E sono solo una parte della galassia dei working poor, che spesso sono anche precari, non necessariamente con bassa scolarizzazione né scarsamente formati. Un piccolo esercito di persone nel mondo del lavoro ma perennemente in bilico e a rischio esclusione.

AGRICOLTURA: PICCOLO E’ BELLO

Piccolo è bello.

Per i bambini ed i ragazzini della mia generazione il mestiere più ambito era quello dell’astronauta. Quella successiva invece era attratta dall’idea di fare l’avvocato, possibilmente di successo e negli States, come da film. Oggi le star sono i cuochi, i nuovi filosofi della postmodernità, gli eroi di Masterchef e i food blogger, che impazzano sul web e spopolano sui social.

Del mondo del food e dell’agricoltura si parla tanto, a volte a sproposito, a volte romanzando storie che in realtà diventano straordinarie per quanto urtano gli stili di vita urbani ormai diffusi: i produttori, i coltivatori, vanno molto di moda. In particolare i piccolini, meglio se con storie strane: gli ex filosofi che scappano dalla città, come Giulia, o chi torna in paese dopo aver studiato nella grande città, come Marilena. O ancora chi fa il vino ma nella vita fa anche altro, come Samuele, tanto per citarne tre incontrati la scorsa settimana ad Asti alla fiera del vino biologico di Vinissage.

Al di la della moda bucolica del momento probabilmente c’è molto di più, c’è un settore che cambia pelle e si attrezza per diventare maturo.
Si pensi al biologico, che non è più un lusso per pochi o una mania di settari, ma un vero e proprio settore economico maturo, che guadagna addetti, aziende e quote d mercato.
E parlando di agricoltura che cambia faccia occorre porre la domanda che in questi ultimi anni ricorre spesso. Piccolo è bello, oltre che buono ed etico, oppure essere piccoli blocca la crescita, rallenta la ricerca e lo sviluppo, impedisce di conquistare i mercati e costituisce un blocco per l’intero sistema del paese?
Non c’è una risposta univoca, la questione è complessa e controversa: piccolo vuol dire che la persona è al centro dell’azienda, nel bene e nel male. Ovviamente impossibile pensare che aziende piccole e piccolissime si dedichino alla ricerca.
Una via è quella delle reti di impresa, ma servono vesti giuridiche premianti, altrimenti restano progetti da pionieri, incompresi nelle loro potenzialità e sconosciuti ai più, consulenti compresi, per cui si continua con la logica dei consorzi, spesso soggetti terzi e lontani rispetto alle aziende che vorrebbero rappresentare e non solo dal punto di vista giuridico.

L’Italia è il paese della piccola impresa, vera spina dorsale del panorama imprenditoriale nostrano, nella buona e nella cattiva sorte. Tuttavia mancano sistemi efficaci di trasmissione delle competenze e mancano sistemi di tutela delle aziende che non sopravvivono ai titolari quando questi decidono che è arrivato il momento della pensione.
Proviamo a immaginare il mondo dell’agricoltura in Italia, il regno delle aziende piccole e piccolissime, con le dovute eccezioni che tendenzialmente confermano la regola.
Sono in molti a pensare che la crisi economica con cui il paese si confronta da molti anni, e di cui si fatica a vedere una via di uscita, possa portare un ritorno al lavoro nei campi. La realtà dei numeri però restituisce un quadro in evoluzione ma ancora non tendenziale: se da un lato si assiste ad un incremento di apertura di partite IVA nel settore delle attività agricole, dall’altro i dati diffusi dall’ Istat rivelano che il numero degli occupati in agricoltura si riduce di oltre 600mila addetti in percentuale scendendo sotto al 4%.
Le ragioni di questi dati, che sembrano smentire le attese riposte su un settore che potrebbe essere un volano alternativo alla manifattura in Italia, sono probabilmente da leggersi sotto diversi punti di vista.
Molte delle aziende agricole in Italia hanno titolari anziani, o chiudono per l’obsolescenza delle strutture: spesso i coltivatori diretti in età di pensione rinunciano ad una azienda ormai non economicamente sostenibile, e spesso la loro uscita non genera possibilità di entrata per nuovi lavoratori. Semplicemente la terra resta abbandonata e incolta.

Se probabilmente è sbagliato, numeri alla mano, pensare che in agricoltura ci siano opportunità significative dal punto di vista occupazionale, è altrettanto vero che il numero delle aziende aumenta e finalmente dopo molti anni si assiste al ritorno verso le terre: i casi di quanto si dedicano alla coltivazione lasciando la città ci sono e sono decisamente numerosi. In sintesi meno occupati e più aziende, con un significativo ricambio generazionale.
Ecco alcuni dati forniti da Coldiretti, “rapporto agreecolture”.
L’Italia ha il maggior numero di aziende agricole e un fatturato di 7,3 miliardi all’anno, il più alto in Europa. Nel 2014 nel campo agricolo sono aumentati i lavoratori dipendenti, dato in controtendenza rispetto ai livelli record di disoccupazione nel Paese. Sempre nel 2014, si sono registrate 57 mila aziende condotte da giovani con meno di 35 anni, ed un’azienda su tre è guidata da una donna. Infine i giovani in agricoltura sono in aumento e fra chi ha meno di trent’anni i laureati sono il 36,5% mentre il 56% hanno un diploma di scuola media superiore.

Ricapitolando: le prospettive sono interessanti, il settore è vitale e sta avviando un ricambio dei soggetti che operano. I numeri complessivi non sono ancora confortanti ma sono in controtendenza a quelli decisamente drammatici di altri settori. I problemi, come le opportunità, non mancano, a partire dalla formazione degli addetti fino alla necessità di favorire una dotazione di terra per azienda sufficiente a reggere i costi dell’attività.
Infine le vicende agricole sono connesse a quelle del turismo e della ricerca tecnologica applicata, opportunità preziose per un paese in cerca di modelli di sviluppo che siano compatibili e sostenibili e allo stesso tempo in grado di creare sistema e redistribuire reddito e risorse economiche.