UNA PRIMA ANALISI DEL MERCATO DEL LAVORO

                                             Spazio lavoro: Numero Zero

 

“L’italia è un Repubblica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”

Il nostro viaggio all’interno del mondo del Lavoro parte da questo articolo della Costituzione, il primo, il più faticoso, un vero capolavoro di mediazione semiotica su quello che sarà il tema più presente e più dibattuto nel panorama della politica e delle scienze umane ed economiche nel nostro paese.

Siamo nel 1946. Il referendum del 2 Giugno stabilisce che l’Italia è una repubblica. Il paese esce da una guerra mondiale lacerato nel tessuto economico e sociale. Crolla il regime fascista e cambia il quadro politico: I CLN hanno vinto e sono seduti a scrivere la costituzione della nascente repubblica italiana.

E proprio sul primo articolo si anima un dibattito intorno al tema del lavoro e dei lavoratori che diventerà centrale fino ai giorni nostri.

Prima di arrivare alla forma definitiva, furono presentate esposte alcune proposte.

La prima è del deputato Mario Cevolotto, e non contiene alcun riferimento al lavoro: non piacque paticamente a nessuno dei costituenti, tanto che Aldo Moro chiese di inserire un riferimento al lavoro.

Una seconda proposta, “L’ Italia è una repubblica  democratica di lavoratori” fu presentata da Palmiro Togliatti, senza ottenere consenso.

Alla fine la soluzione la trova Amintore Fanfani presentando la formula attuale, appoggiata dal Partito comunista e dal Partito Socialista.

L’articolo 1 viene approvato così come è oggi il 22 marzo 1947.

Questo piccolo frammento della storia repubblicana mostra come sul lavoro si sia consumato lo scontro politico dal dopoguerra ad oggi, tra destra e sinistra, sindacati e governi di centrosinistra e di pentapartito.

Non solo, il lavoro è un simbolo centrale di una visione del mondo che contrappone, che divide e che ha bisogno di parole d’ordine e di icone, come la mortadella o la giacca di velluto, di sinistra, il culatello o il gessato blu, tipicamente di destra.

 

Il dopoguerra e il boom economico in Italia portano il bel paese tra le prime potenze economiche nel mondo. Gli anni 50 e 60 sono una corsa impetuosa verso il futuro, in un paese da ricostruire ed in un mondo che arriva sulla Luna.

Siamo anche però nel periodo della cortina di ferro, dei blocchi contrapposti e della corsa agli armamenti tra il mondo occidentale e quello sovietico del Patto di Varsavia.

In mezzo c’è di tutto e di più. C’è la grande rivoluzione culturale del 68, ci sono gli scioperi nelle fabbriche, ci sono gli anni di piombo. Il sistema della grande fabbroca entra in una crisi irreversebile che non riguarda solo più le tute blu: a Torino la centralissima Via Roma è invasa dalla marcia dei colletti bianchi. La seconda metà del novecento politico ed economico in Italia é sempre segnata dal lavoro come l’ argomento su cui si dibatte, si discute, e ci si divide.

E poi c’è la questione dell’immigrazione: c’è il dolore dei minatori di Marcinelle, in Belgio, ci sono gli scafisti dall’Albania e la nave Vlora zeppe di gente che sbarca nel porto di Bari e i cadaveri ripescati nel canale di Sicilia distesi sulle banchine del porto di Lampedusa nei giorni nostri. L’italia da paese di emigranti si ritrova essere una meta di immigrati, quasi senza accorgersene.

E poi ci sono le immagini degli immigrati dal sud dell’Italia  alla stazione di Milano, o di Torino, con le valigie di cartone, e i moniti minacciosi per cui le case non si fittano ai meridionali, fino ad arrivare alla Lega di Bossi in canottiera e di Salvini oggi, in Jeans e maglioncino verde.

 

Nemmeno la caduta del muro di Berlino ridimensiona la centralità del tema nel dibattito. Ancora agli inizi del nuovo secolo il tema che tiene banco è l’articolo 18, cioè il reintegro, il licenziamento. Nel frattempo però è cambiato il modo di lavorare assieme al modo di vivere.

Cambiano i contratti, arrivano gli interinali, aumenta il numero delle Partite Iva, compaiono i cococo con la legge Treu, che diventano cocopro con la legge Biagi, per poi ritornare di nuovo cococo con il Jobs Act, le assunzioni di responsabilità, le chiamate gli intermittenti…il mondo è cambiato più velocemente di quanto se ne siano accorti o ne abbiano scritto anche gli osservatori più esperti

 

In America un tale Richard Sennet scrive un libro piccolo e decisamente geniale che si intitola “L’uomo flessibile”.

Zygmuth Baumann parla di società liquida, Ulrick Beck di società del rischio, Si perde l’identità se si perde il lavoro, l’uomo si fa flessibile e impara a convivere con il rischio della perdita, quotidiana della sicurezza.

Si riscopre finalmente Karl Polanyi, che parla di grande trasformazione, e si candida ad essere l’analista di maggior successo ed attualità ai tempi nostri.

Dalla fine degli anni 80 si incomincia anche, timidamente, a parlare di reti e network, anzichè di classi e di ceti, guardacaso proprio dalla Silicon Valley, dove stava nascendo il web. Lui si chiama Manuel Castells, personaggio interessante, sociologo catalano in trasferta negli States.

 

Eppure in Italia il lavoro resta, anzi diventa sempre di più, il contratto con il quale si lavora, sul contratto si concentrano consulenti del lavoro, giuslavoristi, filosofi storici e soprattutto i politici, in una politica da talkshow che allontana la rappresentazione della realtà  dalla realtà che si vuole rappresentare.

 

Alla fine della seconda travagliata repubblica l’Italia ha davvero attraversato una grande trasformazione. Il lavoro, la delocalizzazione, l’idea delle riforme necessarie, la questione è ancora apeta ed ancorata ad una battaglia ideologica che ormai ha sempre meno attinenza con la realtà delle cose.

Si tende ancora a pensare come nel secolo scorso, anche se ormai è evidente che le scienze umane oggi dovrebbero occuparsi della comntemporaneità, della grande trasformazione appunto; magari degli algoritmi dei social che determinano chi vede cosa sulle pagine di facebook, o chi gestisce il flusso dei dati che determinano la nostra vita reale e virtuale.

 

E se la Grande trasformazione è fatta di trasformazioni Grandi, il lavoro è senza dubbio una di queste.

In Italia, come in Europa, il cambiamento è traumatico. L’ascensore sociale fatica a funzionare e la società sembra essersi bloccata. La mobilità sociale in Italia è un lontano ricordo degli anni impetuosi del dopoguerra: il figlio del notaio fa il notaio, l’architetto che non è figlio dell’architetto fa altro. Il tutto in mercato del mercato del lavoro che segue logiche solo informali. E che non riesce premiare e a valorizzare il il merito, almeno nella maggioranza dei casi. L’Italia sta tornando ad essere terra di emigranti, solo che ora non partono più le braccia, come i minatori in Belgio nel dopoguerra, ma i cervelli verso il MIT o la Silycon Valley

 

Il lavoro cambia e si cambia nel corso della stessa vita: da metalmeccanico a badante o da architetto ad allenatore di canottaggio paralimpico.

La chiave di lettura alla fine è sempre la stessa: al centro oggi non può che eserci la persona e il suo lavoro. Liquido o rischioso che sia, non è più questo il punto. Il lavoro non è solo un contratto, è anche un contratto. Ma soprattuto è un insieme di relazioni e di competenze che dà senso e dà identità alla vita delle persone

 

 

 

PREVIDENZA COMPLEMENTARE – TFR – SISTEMA PREVIDENZIALE

1BIS

L’EVOLUZIONE

E

  QUADRO NORMATIVO

A partire dall’inizio degli anni novanta il quadro regolamentare si è profondamente modificato, con la necessità di contrastare una pensionistica con ritmi di crescita non più sostenibili, richiedendo importanti sacrifici alla collettività per correggere errori e difetti che nel passato avevano creato diverse sacche di privilegio, trasferendone gli oneri alle generazioni successive.

Fino al 1992, chi andava in pensione (a 60 anni uomini e 55 anni donne) percepiva circa l’80% della retribuzione dell’ultimo periodo di attività lavorativa.

Riforma Amato – Legge n. 421/92

D.Lgs, 503/92

Viene elevata l’età del pensionamento (65 anni uomini e 60 anni donne) con una contribuzione minima di 20 anni. Incrementa il numero di anni (10 per i lavoratori dipendenti) per il calcolo della pensione con il metodo contributivo.

D.Lgs. 124/93

Istituisce le forme pensionistiche complementari, garantendone la libertà di adesione individuale. Disciplina il regime delle prestazioni, i modelli gestionali e di finanziamento di dette forme.

Istituisce la COVIP (Commissione di vigilanza sui fondi pensione), con la funzione di garantire ed assicurare la trasparenza e la correttezza nella gestione e nell’amministrazione dei fondi pensione, a tal fine:

autorizza i fondi pensione ad esercitare la propria attività;

tiene l’albo dei fondi pensione autorizzati ad esercitare l’attività di previdenza complementare;

vigila sulla corretta gestione tecnica, finanziaria, patrimoniale e contabile dei fondi;

assicura il rispetto dei principi di trasparenza nei rapporti tra i fondi pensione ed i propri aderenti;

cura la raccolta e la diffusione delle informazioni utili alla conoscenza dei problemi previdenziali e del settore della previdenza complementare.

Riforma Dini (Legge n. 335 dell’ 8 agosto 1995)

Per la previdenza obbligatoria:

introduce il metodo di calcolo contributivo;

incrementa il numero di anni (da 10 a 15) per il calcolo della pensione dei lavoratori autonomi con il metodo retributivo;

introduce il doppio requisito dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva per il pensionamento anticipato.

Per la previdenza complementare:

conferma l’impianto del D.Lgs 124/93;

rafforza il concetto di previdenza complementare formalizzando il sistema dei 3 Pilastri;

indica nella capitalizzazione e nel contributivo il sistema di funzionamento ed il metodo di calcolo della previdenza complementare.

introduce il passaggio, sia pure graduale, dal sistema retributivo (media delle retribuzioni negli ultimi 10 anni di lavoro) a quello contributivo (basato sull’effettivo ammontare di contributi versati dal lavoratore durante la propria vita lavorativa), conservando un sistema misto nel quale l’importo della rendita è calcolato pro-quota con il sistema retributivo ed il contributivo. La norma, anche se gradualmente,  porta di fatto il tasso di sostituzione a circa il 50-60% dell’ultimo stipendio.

Coesistenza di tre diversi regimi: i lavoratori con almeno 18 anni di anzianità contributiva a fine 1995 hanno mantenuto il sistema retributivo; ai lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni, alla stessa data, è stato attribuito il sistema misto, cioè retributivo fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi; ai neoassunti dopo il 1995 viene applicato il sistema di calcolo contributivo.

D.Lgs 47/00 (previdenza complementare)

Modifica il D.Lgs 124/93 introducendo accanto alle forme pensionistiche complementari collettive anche le forme individuali attuate mediante FPA (Fondi pensione aperti) e PIP (Piani pensione individuali).

Attua la riforma della disciplina fiscale della previdenza complementare.

Disciplina: il risparmio previdenziale, le prestazioni pensionistiche complementari, il trattamento di fine rapporto, i contratti di assicurazione ai fini previdenziali,

 

 

Riforma Maroni (Legge n. 243 del 23/08/2004)

Aumenta l’età anagrafica per le pensioni di anzianità e quelle di vecchiaia a partire dal 2008 (“lo scalino”);

stabilisce la contribuzione minima di 40 anni a prescindere dall’età anagrafica;

introduce il super bonus a partire dall’ottobre 2004;

fissa al 2015 la possibilità, per le donne, di accedere alla pensione di anzianità con i vecchi requisiti, ma con l’applicazione del sistema di calcolo contributivo.

Determina i criteri di delega per un ampio disegno della previdenza complementare, sviluppati con il D.Lgs 252/05:

conferimento anche tacito del TFR;

equiparazione parziale delle forme pensionistiche complementari;

ampliamento delle fonti istitutive;

fiscalità dei contributi e delle prestazioni (abroga il D.Lgs. 47/00)

indica la COVIP come autorità unica di sorveglianza delle forme di previdenza complementare.

Riforma Prodi (Legge 247 del 2007)

Si introducono le cosiddette “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma dell’età e degli anni lavorati. Si rende inoltre automatica e triennale la revisione dei coefficienti di calcolo della pensione obbligatoria in funzione della vita media calcolata da ISTAT.

 

 

Riforma Monti-Fornero (Decreto Legge n. 201 del 06/12/2011)

Prevede l’Introduzione del sistema di calcolo contributivo per tutti i lavoratori a decorrere dall’1/1/2012, l’ulteriore innalzamento dell’età pensionistica sia per gli uomini che per le donne, l’introduzione di nuovi criteri di rivisitazione dell’età di pensionamento in base alle aspettative di vita.

Il calcolo è pro-rata, quindi coesisteranno 3 regimi diversi:

– misto ante 1978: con sistema retributivo (calcolato sull’ultimo stipendio alla cessazione del servizio) per gli anni maturati fino al 31/12/2011. Calcolo contributivo (montante sui contributi versati) per gli anni maturati dal 2012;

– misto post 1978: con sistema retributivo per gli anni maturati fino al 31/12/1995. Calcolo contributivo per gli anni maturati dal 1996;

– contributivo puro: montante sui contributi versati in tutta la vita lavorativa (conteggio inferiore di circa il 25% rispetto al calcolo retributivo).

Scompaiono le pensioni di anzianità e vecchiaia anticipata. L’età massima di permanenza nel mondo del lavoro è fissata a 70 anni, con un notevole innalzamento della “partecipazione” soprattutto delle donne, tanto in termini di annualità lavorate quanto di anzianità anagrafica. I requisiti di età e di anzianità verranno rivisti, sulla base della speranza di vita, con cadenza triennale fino al 2018 e biennale dal 2019.

Il regime di contribuzione alla previdenza obbligatoria è del 35,95% (26,76% datore di lavoro – 9,19% lavoratore). Il tasso di sostituzione per un lavoratore dipendente che entra oggi nel mercato del lavoro ed andrà in pensione dopo il 2040 si aggira intorno al 50%, mentre per un lavoratore autonomo sarà pari a meno di un terzo del suo ultimo reddito da lavoro.

In questo momento di recessione, la Riforma Monti-Fornero si rileva ostativa rispetto ad un ricambio intergenerazionale perché ritarda l’accesso al mondo del lavoro delle nuove generazioni, prolungando disagi (con conseguenze negative sulla possibilità di crescita della previdenza complementare) fino a quando non ci sarà la vera ripresa economica che riaprirà spazi alle opportunità di occupazione.

Legge 23/12/2014 n. 190 (Legge di Stabilità 2015)

L’imposta sostitutiva

La legge di stabilità 2015 ha aumentato, dal 1° gennaio 2015, al 20% la misura dell’imposta sostitutiva da applicare sul risultato di gestione maturato nel periodo di imposta dalle forme di previdenza complementare.

Base imponibile

La legge di stabilità contiene, inoltre, misure riguardanti la modalità di determinazione della base imponibile del risultato di gestione delle forme di previdenza complementare, volte ad assicurare che i redditi dei titoli del debito pubblico italiani e di Paesi collaborativi percepiti da forme pensionistiche complementari siano sottoposti a una imposizione del 12,5%.

Tempi

La nuova imposizione si applica dal periodo d’imposta 2014 con modalità di determinazione della base imponibile che assicuri l’imposizione nella misura dell’11,5% al risultato di gestione riferibile alle erogazioni effettuate nel corso del 2014.

Tipologie

La circolare dell’agenzia delle Entrate n. 2/E/2015 chiarisce che l’aumento della tassazione riguarda tutte le tipologie di forme di previdenza complementare il cui risultato di gestione è sottoposto a

imposizione con le modalità previste dall’articolo 17 del Dlgs 252/2005: si tratta dei fondi pensione in regime di contribuzione definita o di prestazione definita, comprese le forme pensionistiche individuali e i fondi già istituiti al 15 novembre 1992 (i vecchi fondi pensione).

La riforma previdenziale del 1995 (legge 335/95) ha determinato una svolta nella storia della previdenza italiana attuando un nuovo sistema basato su “due pilastri”.

Il primo pilastro è rappresentato dalla previdenza obbligatoria (Inps, Inpdap, Casse professionali, ecc.) che assicura la pensione di base.

Il secondo pilastro è rappresentato dalla previdenza complementare in forma collettiva e  previdenza complementare con adesione individuale o collettiva.

Il secondo offre la possibilità di costituirsi una pensione aggiuntiva; ne possono beneficiare gruppi e categorie di lavoratori mediante l’adesione ai fondi pensione (aperti e negoziali) o a forme previdenziali individuali accessibili a tutti i cittadini.

 LA PREVIDENZA PUBBLICA

  IL FUNZIONAMENTO DELLA PREVIDENZA PUBBLICA

 

 

PENSIONI IMMEDIATE                                      PENSIONI FUTURE

 

INABILITA’                                                            VECCHIAIA

INVALIDITA’                                                         ANTICIPATA

SUPERSTITI: INDIRETTA                                   ASSEGNO SOCIALE

                          REVERSIBILITA 

 

            

 ASSEGNO SOCIALE

2

3

 LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

  

  

La previdenza complementare è rivolta a:

– lavoratori dipendenti pubblici e privati (appartenenti alla stessa categoria, a singole aziende, a singoli enti, a gruppi di aziende, ecc..);

– soci lavoratori e lavoratori dipendenti di società di cooperative di produzione e lavoro;

– lavoratori autonomi e liberi professionisti;

– tutti i cittadini interessati, compresi coloro che svolgono lavori di cura non retribuiti in relazione a

responsabilità familiari.

Per i lavoratori dipendenti la forma di previdenza complementare è solo a “contribuzione definita”,

cioè l’importo dei contributi da versare viene stabilito nel momento in cui il lavoratore si iscrive al fondo pensione. L’ammontare della pensione dipende poi da quanto l’interessato avrà versato, più il rendimento ottenuto dall’investimento.

Per i lavoratori autonomi e liberi professionisti è anche ammessa l’adesione a forme di previdenza complementare a “prestazione definita”, in cui l’importo della pensione è predeterminato in relazione al reddito conseguito o alla pensione di base.

Le forme pensionistiche complementari

Il programma di previdenza complementare può essere realizzato mediante adesione ad un fondo pensione “chiuso o negoziale” o, ad un fondo “aperto”, oppure mediante stipula di contratti di assicurazione sulla vita con finalità pensionistiche (PIP).

I fondi pensione “chiusi o negoziali” sono quelli istituiti per singola azienda o per gruppi di aziende (fondi aziendali o di gruppo), per categorie di lavoratori o comparto di riferimento (fondi dicategoria o comparto) o anche per raggruppamenti territoriali (fondi territoriali).

Tali fondi sono costituiti attraverso un contratto collettivo nazionale, un accordo o un regolamento aziendale, ovvero tramite accordo tra lavoratori promosso dai sindacati o associazioni rappresentative di categoria. Tali Fondi non gestiscono direttamente i versamenti dei contributi ma lo fanno attraverso società di gestione del risparmio, compagnie di assicurazione, banche e Sim (società di intermediazione mobiliare).

I fondi “aperti” sono istituiti e gestiti direttamente da banche, società di assicurazioni, società di gestione del risparmio, società di intermediazione mobiliare.

I contratti di assicurazione sulla vita con finalità pensionistica (PIP) possono essere stipulati con imprese di assicurazione.

 

A quale fondo è possibile aderire

I lavoratori dipendenti possono aderire :

– al fondo pensione chiuso o negoziale di riferimento;

– al fondo pensione aperto cui aderisce il proprio datore di lavoro a seguito di accordo aziendale (cosiddette “adesioni collettive ai fondi aperti”);

– a qualsiasi fondo pensione aperto o forma pensionistica individuale, senza contribuzione del proprio datore di lavoro.

I lavoratori autonomi e i liberi professionisti possono aderire:

– all’eventuale fondo chiuso di riferimento o di categoria;

– a qualsiasi fondo aperto o forma pensionistica individuale.

 

 

 

 

La contribuzione

  1. Forme collettive (fondi negoziali e adesioni collettive a fondi aperti)

Il versamento dei contributi ad un fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti è articolato su tre quote:

– contributo del datore di lavoro;

– contributo del lavoratore;

– una quota del trattamento di fine rapporto (TFR).

I lavoratori assunti dopo il 28 aprile 1993 devono versare al fondo pensione l’intera quota del TFR.

Per i lavoratori autonomi e liberi professionisti la contribuzione da versare è stabilita in misura

percentuale al reddito d’impresa o di lavoro professionale dichiarato ai fini Irpef.

  1. Forme individuali (adesioni individuali a fondi aperti e PIP)

L’ammontare del contributo (a carico del lavoratore) è determinato liberamente dall’aderente. Può

essere stabilito anche in cifra fissa.

La finalità dei fondi pensione

La finalità dei fondi pensione è quella di realizzare una forma di previdenza con l’obiettivo dell’erogazione di trattamenti pensionistici complementari del sistema obbligatorio pubblico, secondo criteri di corrispettività.

 

 

REGIME FISCALE

 

 

Fase dei contributi (fase dell’ accumulazione)

I contributi versati dall’Aderente alle forme pensionistiche complementari di cui al D.lgs. 5 dicembre 2005, n. 252, a decorrere dal 1° gennaio 2007, sono deducibili dal reddito complessivo per un ammontare annuo non superiore a Euro 5.164,57.

Se l’Aderente è un lavoratore dipendente, ai fini del predetto limite, si tiene conto anche dei contributi a carico del datore di lavoro.

Il limite annuo di Euro 5.164,57 comprende anche i versamenti effettuati alle forme pensionistiche complementari a favore delle persone fiscalmente a carico, per l’importo da esse non dedotto.

L’Aderente comunica alla forma pensionistica complementare entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui il versamento è effettuato – ovvero, se antecedente, alla data in cui sorge il diritto alla prestazione – gli importi che non sono stati dedotti o non saranno dedotti nella dichiarazione dei redditi. Tali somme verranno escluse dalla base imponibile all’atto dell’erogazione della prestazione finale.

Il conferimento del TFR alla forma pensionistica complementare non comporta alcun onere fiscale; la somma corrispondente non può, pertanto, beneficiare della deduzione dal reddito imponibile.

Le somme versate dall’Aderente per reintegrare anticipazioni pregresse concorrono, al pari dei contributi versati, a formare l’importo annuo complessivamente deducibile dal reddito complessivo (nel limite di Euro 5.164,57). Sui reintegri eccedenti tale limite (non deducibili) è riconosciuto un credito d’imposta pari all’imposta pagata all’atto della fruizione dell’anticipazione, proporzionalmente riferibile all’importo reintegrato (non dedotto).

Al lavoratore di prima occupazione successiva al 1° gennaio 2007 che nei primi 5 anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari abbia versato contributi di importo inferiore a quello massimo deducibile (Euro 25.822,85, che rappresenta il plafond teorico di 5 anni), è consentito, nei 20 anni successivi al quinto anno di partecipazione a tali forme, di dedurre dal reddito contributi eccedenti il limite di Euro 5.164,57, in misura pari complessivamente alla differenza positiva fra Euro 25.822,85 e i contributi effettivamente versati nei primi 5 anni di partecipazione e, comunque, non superiore a Euro 2.582,29 in ciascun anno.

Fase dei rendimenti (fase dell’investimento)

I rendimenti, vale a dire gli incrementi positivi conseguiti a seguito della gestione finanziaria dei versamenti, sono soggetti ad imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, pari al 20%, ridotta proporzionalmente qualora tra gli attivi della Gestione Separata siano compresi strumenti finanziari soggetti a tassazione del 12,50%.

L’aliquota pari al 20% è stata introdotta dalla legge di Stabilità 2015

Tale imposta si applica sul risultato netto maturato della Gestione in ciascun periodo di imposta di riferimento, e si determina al 31.12 di ogni anno sottraendo, al capitale costitutivo della rendita diminuito dei versamenti effettuati nell’anno, il capitale costitutivo della rendita all’inizio dell’anno. In caso di minusvalenze queste vengono tenute in memoria e andranno a compensare le successive plusvalenze.

 

Fase di prestazione (fase di erogazione)

Le prestazioni pensionistiche, erogate in forma di rendita periodica o capitale, sono assoggettate alla ritenuta di imposta del 15%, applicata sull’ammontare complessivo degli importi dedotti e solo sulla parte eccedente i rendimenti già precedentemente tassati (imposta sostitutiva).

L’aliquota del 15% si riduce di una quota dello 0,3% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione con un limite massimo di riduzione pari a 6%. La rendita vitalizia erogata è definita sulla base di coefficienti di conversione indicati sul fascicolo informativo dei contratti.

In corso di erogazione, la rendita vitalizia (definita al momento dell’accesso alla prestazione secondo i coefficienti di conversione) si rivaluta sulla base del rendimento ottenuto dalla gestione del fondo nell’anno di rifermento:

per la parte di rivalutazione della rendita maturata fino al 31/12/2011 si applica l’aliquota del 12,50%

per la parte di rivalutazione della rendita maturata dal 1/1/2012 si applicherà la media delle aliquote fiscali dal 2012 alla data di erogazione della rendita. L’aliquota fiscale è attualmente pari al 26%, ridotta proporzionalmente qualora tra gli attivi della Gestione Separata siano compresi strumenti finanziari soggetti a tassazione del 12,50%.

Anticipazioni, riscatti e trasferimenti

Le anticipazioni e i riscatti sono in via generale soggetti a tassazione con una ritenuta a titolo d’imposta che viene applicata sul relativo ammontare imponibile nella misura del 23%.

Tuttavia, vi sono alcune eccezioni in relazione alle quali la normativa prevede l’applicazione della ritenuta nella misura del 15% sull’ammontare imponibile maturato a decorrere dal 1° gennaio 2007, eventualmente ridotta di una quota pari a 0,3 punti percentuali per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione

con un limite massimo di riduzione pari a 6 punti percentuali:

– anticipazioni richieste dall’Aderente per spese sanitarie straordinarie per sé, il coniuge e i figli;

– riscatti parziali determinati dalla cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo compreso fra 1 e 4 anni o dal ricorso del datore di lavoro a procedure di mobilità o cassa integrazione;

– riscatti totali nei casi di invalidità permanente che riduca a meno di un terzo la capacità lavorativa o di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per oltre 4 anni;

– riscatto della posizione operato dagli eredi, o dai diversi beneficiari designati, a causa della morte dell’Aderente.

I trasferimenti delle posizioni pensionistiche sono esenti da ogni onere fiscale purché effettuati a favore di altre forme pensionistiche complementari.

EROGAZIONE DELLE RENDITE

 

Al termine della fase di accumulo la rendita vitalizia corrisposta all’Aderente è pari alla somma:

– della rendita vitalizia derivante dalla conversione in rendita della posizione individuale espressa in Euro, maturata nella Gestione Separata al giorno di riferimento relativo alla data di accesso alla prestazione, e

– della rendita vitalizia derivante dalla conversione in rendita del controvalore della posizione individuale espressa in quote del Fondo Interno, effettuata nel giorno di riferimento relativo alla data di accesso alla prestazione.

La rendita vitalizia derivante dalla conversione in rendita della posizione individuale si ottiene moltiplicando detta posizione per il coefficiente di conversione in rendita vitalizia.

La rendita vitalizia derivante dalla conversione in rendita del controvalore della posizione individuale espressa in quote del Fondo Interno si ottiene moltiplicando detto controvalore per il coefficiente di conversione in rendita.

I coefficienti sono validi per tutti gli Aderenti che facciano richiesta della prestazione prima dell’eventuale sostituzione dei coefficienti medesimi.

Le basi demografiche impiegate nei coefficienti di conversione in rendita non possono essere modificate successivamente all’inizio dell’erogazione della rendita vitalizia.

Generalmente i contratti di previdenza complementare contemplano che l’Aderente possa chiedere, con le modalità e i termini indicati nelle Condizioni Generali di contratto, che la rendita vitalizia sia convertita:

– in una rendita certa per 10 anni e successivamente fino a che l’Aderente è in vita. I coefficienti di conversione da utilizzare per la determinazione della rendita certa sono calcolati con gli stessi criteri attuariali e con le stesse ipotesi utilizzate per il calcolo dei coefficienti della rendita vitalizia e sono riportati nel documento sull’erogazione delle rendite

– in una rendita vitalizia reversibile su un’altra persona, denominata reversionario, da corrispondere finché l’Aderente è in vita e successivamente, in misura totale o parziale, se e finché è in vita il reversionario. A seguito di tale scelta, effettuata dall’Aderente mediante richiesta scritta almeno trenta giorni prima del termine della fase di accumulo, la Società comunica l’ammontare della rendita vitalizia reversibile, calcolata in funzione dei coefficienti in vigore alla data di accesso alle prestazioni pensionistiche.

 IL TFR

TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO

 DEFINIZIONE

Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR): previsto dal codice civile (art. 2120) con le modifiche apportate dalla legge n. 197/1982 è:

una retribuzione differita corrisposta al lavoratore dipendente al momento della cessazione del rapporto di lavoro ed è commisurato alla retribuzione percepita durante il periodo di servizio presso il medesimo datore di lavoro:

 

A CHI SPETTA

A tutti i lavoratori dipendenti ed in qualunque caso di cessazione del rapporto del lavoro;

Non è previsto per i rapporti di Co.co.pro. ed in genere per i rapporti di lavoro autonomo;

Dal 1° gennaio 1996 si applica anche ai dipendenti pubblici;

In caso di morte spetta a coniuge, figli, parenti entro il terzo grado;

 

COME SI CALCOLA

Retribuzione dovuta nell’anno divisa per 13,5 (7,41% dello stipendio di cui uno 0,5% va all’INPS come contributo alle prestazioni pensionistiche, quindi l’accantonamento effettivo è del 6,91%) Il

Esempio:

retribuzione annua: € 25.000,00

quota di TFR = 25.000 : 13,5 = € 1.851,85 (7,41%)

di cui: € 125,00 (0,5%) all’INPS

accantonamento annuo: € 1.726,85 (6,91%)

LA RIVALUTAZIONE

Rivalutazione annua ogni 31 dicembre pari a:

1,5 in misura fissa, sommato al 75% dell’inflazione (aumento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per famiglie di operai ed impiegati), la quota accantonata nell’anno in corso non viene rivalutata.

Esempio:

Inflazione = 2,2%

Rivalutazione del TFR = 1,5% + (2,2% x 75%) = 3,15%

Dal 2001 è applicata una tassazione dell’11% sulla rivalutazione annua

 

 

TFR E PREVIDENZA COMPLEMENTARE

 

L’IMPIEGO DEL T.F.R. IN UNA FORMA DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE E’ UNA DELLE PRICIPALI NOVITA’ DELLA RIFORMA MARONI

 

Secondo il principio della volontarietà, la scelta circa l’impiego del TFR deve essere esercitata entro 6 mesi dalla data di prima assunzione, attraverso:

La volontà esplicita o il silenzio assenso.

 

Volontà esplicita:

Accantonamento del TFR presso la propria azienda (scelta revocabile)

Conferimento in una forma di previdenza complementare liberamente scelta tra il Fondo Pensione Chiuso, il Fondo Pensione Aperto o la Polizza PIP (scelta irrevocabile).

Silenzio assenso:

(scelta irrevocabile)

Il datore di lavoro trasferirà il TFR al Fondo Pensione Chiuso o Aperto previsto dagli accordi o contratti di lavoro. In assenza di un Fondo Pensione e di specifici accordi aziendali, il TFR confluirà in un apposito fondo pensione istituito presso l’INPS.

TFR IN BUSTA PAGA

 

 Dal 1° marzo 2015 I lavoratori dipendenti del settore privato ammessi all’opzione sperimentale potranno inoltrare Istanza di accesso su modulo INPS per avere in busta paga il Tfr maturando.

L’istanza di accesso è irreversibile. Il lavoratore che ottiene la quota di Tfr maturando in busta paga, denominata Tir (trattamento integrativo di retribuzione), non potrà cambiare idea fino a giugno 2018.

Il Tir è assoggettato a tassazione ordinaria, fa cumulo ai fini del nuovo ISEE, può far ridurre le detrazioni spettanti per lavoro dipendente e famigliari a carico,  la quota non viene calcolata ai fini del montante di reddito valido per il bonus Irpef, e non fa cumulo con la retribuzione imponibile ai fini previdenziali.

L’opzione  per il Tfr in busta non vale per tutti i lavoratori dipendenti, sono esclusi:

i lavoratori domestici e degli agricoltori,

i dipendenti delle aziende sottoposte a procedura concorsuale,

i lavoratori delle aziende in crisi ex art.4 L.297/1982,

i lavoratori che hanno ottenuto un finanziamento bancario mettendo come garanzia del contratto proprio il Tfr maturato.

Al fine dell’erogazione del Tir, le aziende con meno di 50 dipendenti potranno accedere a un finanziamento assistito da garanzia presso un istituto di credito. Tale norma è contemplata in un accordo-quadro Abi in via di definizione. Le aziende preliminarmente dovranno ottenere una certificazione Inps fornendo all’Istituto gli identificativi dei lavoratori che hanno fatto domanda per il Tir.

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COMPARAZIONE TRA FONDI COMUNI – BTP – FONDO PENSIONE

5 Fonte Mefop

*Viene considerata l’aliquota del 20% anche se la componente dei titoli di stato italiani ed esteri  appartenenti ai Paesi appartenenti alla White List scontano una tassazione del 12,5%. Si può stimare, vista la composizione attuale dei portafogli dei fondi pensione, un’aliquota media del 15 -16%.

** Anche alla componente dei Fondi Comuni e Sicav investita in titoli di stato viene applicata l’aliquota del 12.5%.

 

 

CONFRONTO TRA BTP – FONDO COMUNE – FONDO PENSIONE

Versamento di 730 euro annui per 10 anni e successivo pensionamento

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Fonte Mefop

 

Ipotesi di calcolo: reddito lordo iniziale di € 25.000, crescita del reddito dell’1% reale annuo, rendimento lordo del Fondo Pensione/BTP/Fondo Comune: 3% annuo. Valori al lordo dell’inflazione.

*Somma disponibile per effetto della deduzione al fondo dei versamenti al fondo pensione (27%).

**Tax sostitutiva 15%.

TASSAZIONE DEL TFR

CONFRONTO TRA MANTENIMENTO IN AZIENDA E VERSAMENTO IN FONDO PENSIONE

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Fonte Mefop

*Inoltre aumenta il reddito complessivo. Questo non incide sul bonus di 80 euro ma comprime comunque le detrazioni per lavoro dipendente e per carichi di famiglia. Inoltre può comportare l’innalzamento del reddito complessivo fino a superare la soglia oltre la quale il premio di produzione perde la tassazione agevolata. All’aliquota marginale si aggiungono le addizionali regionali e comunali.

**Le simulazioni sono eseguite con un’aliquota marginale del 20% anche se la componente dei rendimenti relativi ai titoli di stato viene tassata al 12,5%; (media portafogli 15 – 16%).

VERIFICA DI CONVENIENZA

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Fonte Mefop

Ipotesi di calcolo: reddito lordo iniziale di € 25.000, crescita del reddito dell’1% reale annuo, contribuzione del datore di lavoro dell’ 1,6%, contributo del lavoratore 1,4%, rendimento lordo del Fondo Pensione 3% annuo. Valori al lordo dell’inflazione.

*Tax separata

**Tax sostitutiva 13,5%

VANTAGGI DEI FONDI PENSIONE

 

Anche con le modifiche apportate dalla Legge di Stabilità 2015 i fondi pensione possono essere considerati, sotto l’aspetto fiscale,  gli strumenti più convenienti:

Contributi deducibili fiscalmente fino ad un importo di € 5.164,57, con risparmio dell’aliquota marginale, tassazione sostitutiva delle prestazioni (15-9% 23%);

Tassazione dei rendimenti (12,5 per i titoli di stato e 20% per gli altri rendimenti);

Eventuale contribuzione  a carico del datore di lavoro;

I bolli non vengono applicati;

Non è applicata la Tobin Tax;

Non è applicata l’IVA sulle commissioni di gestione;

La posizione relativa al fondo pensione non cumula ai fini ISEE;

I versamenti trattenuti nella busta paga del dipendente riducono il reddito ai fini del bonus degli 80 euro ed ai fini  ISEE.

RIFERIMENTI UTILI:

www.covip.it – Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione

www.mefop.it – Società per lo sviluppo del Mercato dei Fondi Pensione

www.irsa.it –  Istituto per la Ricerca e lo Sviluppo delle Assicurazioni

Documento predisposto il 23/03/2015 da:

WALTER VIOLA – Private Banker

walterviola.bg@gmail.com

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