#GlocalNews torna, a #Varese

Oggi apre Glocal News, il Festival del giornalismo online organizzato da VareseNews sotto il patrocinio di Eni. Dall’incantevole costiera frastagliata di Monterosso della scorsa edizione primaverile ci spostiamo ora nello scenario di Varese, che all’interno di palazzi storici, un teatro e la Camera di Commercio ospita gli incontri di Glocalnews.
Dalle 14,30 di oggi fino alle 13 di domenica 22 novembre si susseguiranno una serie di panel, workshop e momenti di dibattito condotti dagli attori del giornalismo del nuovo millennio, dalle storiche testate cartacee alle più recenti forme di testate online. Per tre giorni a stretto contatto con il pubblico. Già, il “pubblico”, che in un’occasione del genere assume le sfaccettature più disparate: dai professionisti “istituzionali” ai giornalisti in “cattedra” fino alla svariata moltitudine di freelance che col giornalismo hanno a che fare tutti i giorni, per dovere o piacere che sia.

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Il giornalismo si evolve: assume connotazioni diverse di pari passo con la cultura, le mentalità e le tecnologie, ma anche rispetto le culture aziendali, esplicandosi nelle forme e modi più disparati.

L’era del 2.0 sembra ormai superata, parlare di 4.0 è quasi banale: oggi il giornalismo diventa una vera e propria leva di marketing strategico. Fare giornalismo o trovarsi a stretto contatto con esso permette di addentrarsi nelle dinamiche più intime delle strategie aziendale, scoprire le leve di successo degli influencer del mercato, ma anche di capirle a fondo, sul serio, facendo nascere dei veri think tank, che a volte si affermano anche a livello mondiale.
Il giornalismo on line si sta diffondendo a macchia d’olio come strumento per raccontare e raccontarsi, affermare la propria individualità a colpi di tastiera e dilagando la propria professionalità ad ampio spettro: “glocal” appunto, dove la visione di insieme e il campo di azione del giornalista si sposano con le proprie peculiarità distintive locali. Personalità, competenze, territorio di appartenenza ma anche il linguaggio stesso vengono enfatizzati nelle loro diversità, che rappresentano la vera ricchezza, il vero capitale del business.
Quest’anno a GlocalNews si riscopre la “lentezza”: ovvero come questa nella comunicazione diventi valore umano, sociale e strategico d’impresa. Negli anni in cui non c’è giustificazione al non essere multitasking, eternamente connessi e pronti a rispondere, occorre agire, pensare e scrivere “slow” al fine di cogliere la vera essenza delle azioni e degli obiettivi sui quali concentrarsi: in chiave “digitale”ovviamente.
Così in piena fase “dopo Expo”, in cui la sharing economy fa da traino ai nuovi valori all’insegna del rispetto dell’ecologia e della biodiversità, ma anche del trattamento dei dati e delle fonti istituzionali, si cerca di accogliere l’eredità di questa nuova consapevolezza ridisegnando una sorta di piano regolatore della comunicazione, Glocal.
Il programma di GlocalNews, Varese, dal 19 al 22 novembre: http://www.festivalglocal.it/programma-2015/
Diana Montagna

#Freelance’s Mood

Sabato 24 ottobre Acta ha organizzato il Freelance Day in Toolbox, il poliedrico coworking di Torino. Una giornata di incontri, workshop e panel dedicati ai freelance di tutta Italia, con grande partecipazione, e variegata, di liberi professionisti di tutte le età e di tutti i settori.
Un occasione per affrontare i temi che ci toccano più da vicino, discuterne insieme, fare rete. L’approccio è quello di Acta, l’associazione dei freelance, che in uno spazio come quello di Toolbox trova il giusto contesto, favorevole alla condivisione di esperienze e competenze per un beneficio comune.
Acta dal 2004 si preoccupa di dare la giusta rappresentanza ai professionisti del “terziario avanzato”: tutti quei lavoratori autonomi generalmente al di fuori degli Ordini e Albi professionali, accomunati dal rivolgersi a clienti sia pubblici che privati, ma privi di rappresentanza del mondo del lavoro. Da anni Acta si batte con il Governo per richieste di equità, riforme che mirino all’eliminazione di discriminazioni e all’estensione di diritti che dovrebbero essere universali, con un occhio di riguardo al welfare e al fisco.

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Il FreelanceDay quest’anno è alla seconda edizione, e il successo è stato garantito da una grande partecipazione di freelance provenienti da tutta Italia. Durante tutta la giornata sono stati allestiti dei corner dedicati a consulenze individuali molto accattivanti, ovvero di grande attualità: “DemolitionBio”, “HorrorPictureShow” e “VisualIdentityCheckUp” solo per citarne alcuni, senza dimenticare il sempre affollato “FreelancePsychiatricHelp”.
Nelle sale a disposizione del coworking invece sono stati ambientati i diversi panel e workshop in programma: alcuni nella cucina comune, altri nelle “aule studio/lavoro” generalmente a disposizione dei coworkers stessi. Sono stati toccati gli argomenti più disparati, al fine di informare, discutere e confrontarsi a 360° con un approccio senza barriere.
Dall’orientamento e consigli per i giovani freelance fino alle “istruzioni” su come fare un sito web, come e quanto farsi pagare o come redarre un contratto, passando dall’analisi degli strumenti a disposizione per gestire il tempo, la famiglia e il lavoro stesso.
Un susseguirsi di occasioni di confronto e dibattiti al fine di aggiornarsi e mettersi al riparo dai rischi ma anche dalle riforme, le malattie e i vari inconvenienti nei quali si può imbattere un freelance.
La costituzione italiana afferma che siamo una repubblica fondata sul lavoro, e Acta rivendica tutto il lavoro, non solo quello dipendente: unendo le differenti forme di lavoro indipendente in un’unica rete e andando oltre le organizzazioni per singole professioni.

Diana Montagna

Il #JobsAct per i #Freelance

La legge di stabilità 2016 guarda per la prima volta ai freelance: dopo anni di battaglie sono stati ottenuti alcuni risultati riguardanti la disciplina e la tutela dell’attività professionale e della sfera privata.
I freelance in Italia sono sempre stati considerati dei lavoratori di serie B, con meno tutele e molti più oneri rispetto ai lavoratori dipendenti, finiti nel dimenticatoio de legislatore e dei sindacati. Ora per la prima volta vengono previste norme e agevolazioni dedicate, tanto da parlare del “JobsAct del freelance”.

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E’ stata bloccata l’aliquota per i contributi previdenziali degli iscritti alla gestione separata al 27,72%, nell’ottica speranzosa che un giorno possa abbassarsi al 24% come per tutti gli altri, indipendentemente dall’ordine o categoria di appartenenza.
Il Governo intende eliminare quelle discrasie tra il potere contrattuale del professionista e del committente: in primis sarà vietata la rescissione senza preavviso e unilaterale dei contratti senza un adeguato risarcimento, nonché l’introduzione del diritto allo sfruttamento della proprietà intellettuale delle invenzioni.
Oggi i lavoratori autonomi vengono tassati con una aliquota sostitutiva del 15% purché il fatturato resti sotto una certa soglia che cambia a seconda del tipo di attività. Nel caso dei free lance si parla di 15 mila euro l’anno. Il governo vuole aumentare la soglia al di sotto della quale viene applicata l’aliquota sostitutiva del 15%. Nel caso dei free lance si arriverà a 30 mila euro l’anno. Inoltre verrà introdotta un’aliquota agevolata per i primi 5 anni di attività al 5% (sempre per redditi fino al tetto di 30 mila euro). Questo paragrafo l’ho copiato uguale da un articolo del corriere, era scritto troppo bene e nn riuscivo a cambiarlo!
Per la prima volta è stato riconosciuto lo smartworking, concordando con l’Inail una modalità che consente l’assicurazione del lavoratore che opera da casa senza oneri maggiori per l’azienda.
Grandi novità nell’ambito delle tutele. Per quanto riguarda il rispetto dei termini di pagamento ad esempio, alla scadenza dovrebbe scattare automaticamente il risarcimento sin dal primo giorno di ritardo.
Un occhio di riguardo è stato dedicato anche alla sfera privata, perché anche i freelance si ammalano e hanno una famiglia, come tutti i comuni mortali: in caso di malattia grave per oltre 60 giorni possono astenersi dal versamento dei contributi previdenziali, parallelamente all’equiparazione alla degenza ospedaliera dei periodi di degenza domiciliare certificata come conseguenza di malattie gravi.
Inoltre le mamme freelance non avranno più l’obbligo di astensione dal lavoro per poter fruire dell’indennità di maternità, una misura richiesta da anni in quanto discriminante della figura di donna e mamma, che in molti casi si può permettere di portare avanti una gravidanza lavorando senza incorrere in rischi e complicazioni.
Inoltre i congedi parentali dovrebbero essere estesi sino a 6 mesi (attualmente sono 3 mesi) e dovrebbero essere fruibili anche dai papà.
Dal punto di vista delle agevolazioni è stata finalmente prevista l’ eliminazione dei vincoli che impediscono l’accesso dei professionisti autonomi ai bandi pubblici e la deducibilità totale delle spese di formazione, sino ad un massimo di 10.000 euro, senza alcun vicolo di accreditamento, contro la deducibilità al 50% prevista nei precedenti regimi fiscali: grandi discriminanti questi, dell’attività intellettuale e formativa nonché (limitativa) dell’esercizio stesso dell’attività professionale.
Nell’immaginario collettivo si tende sempre a dire e sperare che nella vita non si possa mai peggiorare o retrocedere: augurio di tutti i freelance che anche il Governo la pensi così, e che l’anno prossimo non si debba combattere una battaglia ancora più ardua delle scorse.

Diana Montagna

Il #Mismatch tra #lavoro e #formazione

Un recente studio dell’ILO, condotto da Theo Sparreboom, stima in una percentuale che varia tra il 25 e il 45 per cento il numero dei lavoratori che in Europa sono sovra o sotto qualificati per il tipo di lavoro svolto. La percentuale varia secondo i diverso paesi membri, e quantifica in maniera immediata il fenomeno del mismatch tra offerta e domanda di lavoro nel vecchio continente. Tra i lavoratori sovra-qualificati, le donne e i giovani sono sovra rappresentati.
Più nel dettaglio lo studio dell’ILO rivela che mentre il numero dei sovra-qualificati è cresciuto tra il 2002 e il 2012, quello dei sotto-qualificati è sceso nella maggior parte dei paesi. Una delle cause è probabilmente l’impatto della crisi economica globale, ma non solo. Le competenze fornite ai lavoratori spesso non corrispondono a quelle ricercate dai datori di lavoro.

ILO

Una azienda funziona meglio quando riesce a trovare le persone giuste e le mette nel posto giusto. Sembra banale, o quasi impossibile, ma non è così.
Basta spostare la selezione dei candidati non sulla sola formazione ma sulle competenze e sulle capacità che il candidato dimostra di avere.
In altre parole basta rimettere al centro la persona, che è molto di più di quello che ha imparato fino all’ atto del colloquio, o di quello che sarà il suo contratto di lavoro. Nonostante le condizioni in cui la “persona” si forma e acquisisce le competenze non siano le migliori possibili.
Mancano i servizi in grado di collocare le risorse e opportunità di formazione, e soprattutto manca la capacità di stabilire relazioni efficaci tra scuola e formazione da un lato e mondo del lavoro dall’ altro.
Le possibili soluzioni, sulle quali si discute da tempo non solo in Italia, sono individuabili nel rafforzamento di sistemi di apprendistato di qualità per i giovani, sistemi in grado di collegare la scuola e la formazione alle pratiche del lavoro concreto. A questo si deve aggiungere la necessità di garantire alti livelli di istruzione e la possibilità di favorire la diffusione della formazione permanente a tutti i lavoratori.
Nel nostro Paese le riforme in atto sulla scuola e sul mondo del lavoro sembrano andare in questa direzione, promuovendo, e rendendo necessario un nuovo sistema che metta in rete le risorse del pubblico e del privato, un dialogo dinamico e costruttivo tra le parti sociali e le amministrazioni pubbliche e la condivisione dei costi tra il pubblico e il privato al fine di impiegare le risorse per garantire servizi per l’impiego efficienti.
Elisa Todesco

Il Boom dei #voucher

Si compera dal tabaccaio, o alla posta, come una ricarica del telefono. Lo si usa per pagare la prestazione al lavoratore, il quale lo incassa con la stessa modalità, alla posta o dal tabaccaio, registrando le proprie generalità.
Con il voucher si paga qualunque lavoro, dal servizio di baysitting, alla ripetizione di greco anziché di matematica, al lavoro nei campi, vendemmia compresa.
Nel caso degli agricoli ci sono delle limitazioni, non si può avere più di 25 anni, oppure si deve essere in pensione. In altri settori non ci sono limitazioni precise: basta che il lavoratore non percepisca più di sette mila euro all’anno come compenso sotto forma di ticket. In pratica una variante, tutto sommato originale della prestazione a ritenuta d’acconto.
Il voucher però è a burocrazia zero, talmente generico da servire per tutto, con l’obiettivo, dichiarato, di essere uno strumento per l’emersione del lavoro nero, perché consente di registrare il lavoratore che incasso il buono, quindi è nominale nel momento della riscossione.

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La novità non è tanto il boom dei voucher, con dati che segnano un trend consolidato ed esponenziale da quando il sistema è entrato in vigore, ovvero l’anno 2008, quanto piuttosto il consolidarsi del dato su tutto il livello nazionale. Nel 2015 il boom riguarda il sud Italia, mentre al Nord lo strumento si è radicato definitivamente l’anno scorso.
Insomma il dato tendenziale rivela un aspetto strutturale della flessibilità made in Italy, che assomiglia molto poco a quella della flessibilità che invece funziona nel resto dell’Europa, in particolare in quei mercati del lavoro maturi dove le agenzie per il lavoro garantiscono un accesso al mercato del lavoro efficiente attraverso lavori flessibili.
In Italia la quota del mercato del lavoro di somministrati, cioè di interinali si avvicina al 15%, dato che è cresciuto con il JobsAct, e i lavoratori che usano i Voucher sono più di un milione. A questi si aggiungono le ritenute d’acconto e poi le finte Partite IVA, e si ottiene un mercato sempre più polarizzato e segmentato, schizofrenicamente impegnato a inquadrare il lavoro in contratti, tipologie ed eccezioni.
E mentre si discute di rinnovo di contratti e di contrattazione a livello locale i dati mostrano come le aziende ricorrono a buoni che si comperano in tabaccheria e valgono per tutti, come fossero assegni al portatore, usati ed abusati per ogni tipologia di occupazione.
Laddove il legislatore ne ha limitato l’utilizzo, e i controlli sono stati costanti, il voucher non ha registrato abusi. In tutto gli altri settori lo strumento è servito per coprire comportamenti spesso illeciti, in un contesto dove i costi del lavoro sono spesso onerosi al punto da invitare all’esternalizzazione del sevizio, e da innescare pratiche di dumping il più delle volte spietate e insostenibili con comportamenti virtuosi.
Il voucher, o meglio l’abuso del Voucher, è il sintomo, più che la malattia, che ha radici più profonde e spesso non è mai stata curata con il successo che da più parti si auspicava.
Il Ticket in sè è un pezzo di carta, e nulla di più. Diventerà presto il simbolo della precarietà più odiosa, che è condizione molto diversa da quella della flessibilità, garantita e regolamentata in maniera molto precisa, quindi decisamente più cara degli standard di retribuzione del lavoro normale. A meno che opportunamente regolamentato tornerà ad essere il mezzo per pagare le ripetizioni o i lavoretti che arrotondano la pensione.
Diego Castagno

#Freelance alla riscossa

PARTITE-iVAPer capire come cambierà il mondo delle partite IVA bisogna aspettare la prossima legge di stabilità, che il governo sta preparando in queste settimane.
L’anno scorso si era consumata una battaglia a colpi di tweet tra il governo ed i free lance, ai quali era stata aumentata l’aliquota dell’INPS per chi era iscritto alla gestione separata dal 27 al 33%. Il governo aveva poi fatto marcia indietro, rendendo evidente che era giunto il momento di mettere mano ad un progetto di riordino del settore che non si riducesse alla sola aliquota dei contributi previdenziali. Ed in realtà la questione è decisamente più complessa. Oltre alla previdenza sul tavolo restano le questioni della malattia e della maternità, parte di un sistema di un welfare che per i freelance resta un miraggio. Oppure l’utilizzo di un modello societario per lo svolgimento della prestazione professionale e lavorativa, oppure l’utilizzo di risorse pubbliche tra cui i fondi strutturali, che vengono normalmente impiegati per la formazione della partite IVA iscritte alle Camere di Commercio. Per portare esempi concreti rispetto alla maternità probabilmente va ripensato il requisito dell’astensione dal lavoro, condizione che per un freelance non è praticabile oppure va ampliato, va allungato il periodo di indennità di malattia per coprire eventi gravi che impediscono lo svolgimento dell’ attività di lavoro.

Il jobsAct non ha portato novità nel mondo del lavoro autonomo, ed in effetti non era nato per questo motivo. Di fatto ora servirebbe un nuovo modello basato su innovazioni di carattere fiscale utili a favorire l’autoimprenditoria: in altre parole un regime di aliquote che si attesti al 27%, o addirittura, secondo indiscrezioni al 24%, ed regime fiscale per i contribuenti minimi in grado di ampliare la platea dei beneficiari con condizioni di accesso a quelle in vigore per le attività imprenditoriali.
Tra le questioni aperte ad esempio resta l’impossibilità attuale di dedurre in sede di dichiarazione dei redditi gli investimenti in conoscenza, tra cui le spese per la formazione.
Infine per quanto riguarda le questioni legate al welfare, i provvedimenti messi in atto nel JobsAct, si basano sul modello del lavoro dipendente, che non si applica al mondo complesso del lavoro autonomo.
Il governo e la politica italiana ha la possibilità di colmare una lacuna della legislazione sul mondo del lavoro anacronistica, vista l’evoluzione del mercato in questi anni, che ricorre a competenze flessibili e costantemente aggiornate per lo svolgimento di un numero sempre maggiore di mansioni all’interno del processo aziendale.

Diego Castagno

I LABORATORI TERRITORIALI PER L’EDUCAZIONE

I laboratori territoriali per l’educazione 

L’Istat stima che la disoccupazione giovanile, cioè dei giovani con un’età compresa fra i 15 e i 24 anni, sia oltre il 40%. Per essere precisi il 42,7% nel 2014 dei giovani virgulti del Belpaese non lavorava. E Il dato è quello della media nazionale, che nasconde situazioni locali molto diverse fra loro e casi allarmanti. 

Per invertire questa tendenza e facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, il Ministero dell’Istruzione ha previsto, nel decreto della buona scuola, l’istituzione dei “Laboratori territoriali per l’occupazione”. 

Al via da questo mese di settembre, i Laboratori dovrebbero mettere in contatto studenti, formazione extrascolastica e imprese, riattivando così un collegamento efficace fra scuola e lavoro.  L’obiettivo finale è aumentare l’occupabilità dei giovani, evitando che si verifichi dispersione scolastica, e che i neodiplomati si trasformino velocemente in NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training), persone che non studiano e non lavorano.

Mettendo al centro la persona e il territorio, i laboratori territoriali per l’occupabilità aiutano i giovani a seguire le proprie passioni e i propri interessi, fornendo loro competenze e professionalità e incentivando lo spirito di autoimprenditorialità. Il laboratorio è un luogo d’incontro fra la tradizione del territorio, la sapienza del Made in Italy e il modo più all’avanguardia di fare impresa e creare reti sociali, tramite Fab Lab e Incubatori. Alternando corsi mirati e professionalizzanti all’apprendistato direttamente in azienda vengono offerte competenze trasversali, che proiettino i ragazzi nel futuro, ma che offrano loro anche solide radici nel territorio.

Anche se ancora incerto è il numero di laboratori che verranno attivati ( si parla di 15 in tutta Italia), i fondi destinati ad ognuno di essi saranno € 750.000,00, che potranno essere utilizzando, fra le altre cose, anche per la modernizzazione delle strutture ospitanti il Laboratorio, luogo che spesso coinciderà con lo stesso istituto scolastico. Questa è la risposta indiretta al report pubblicato poco fa da Save the Children, che riconosceva fra le cause dell’inefficienza scolastica italiana proprio il fatto che le strutture scolastiche non fossero adeguate. 

Elisa Todesco

DALLA SCUOLA AL LAVORO. L’OMAR DI NOVARA

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Dalla scuola al lavoro: lOmar di Novara

Tra i diversi siti in cui si terranno gli OpenDays di IoLavoro in Piemonte c’è l’ITIS Omar di Novara, l’istituto tecnico della classe dei miracoli, come la hanno definito i giornali locali che se ne sono occupati qualche settimana fa.

Il fatto ha del sorprendente: in una classe di su 23 neodiplomati dopo due mese tutti e 23 lavoravano, in una Regione, il Piemonte dove un giovane su due non ha lavoro. La storia dell’Omar è bella e lascia stupiti, visti i dati del mercato del lavoro in Italia, ed in Europa, che non sa come risolvere il problema della disoccupazione giovanile, o almeno come ridurne la portata sulla società e sui mercati.

Il miracolo dell’Omar però non ha nulla di divino, né di trascendente, anzi. E’ frutto di una accurata programmazione, che nasce dall’analisi dei bisogni delle aziende del territorio. E’ il risultato di un metodo “didattico” che punta quasi tutto sulla pratica, più che sulla teoria: più laboratori, più esperimenti e più creatività da esercitare nella costruzione dei manufatti. Infine è il prodotto del coraggio di un grande Preside, Francesco Ticozzi, capace di leggere il territorio e di capire cosa serve alle aziende, immaginando le evoluzioni di un mercato che abbina una forte tradizione manifatturiera alla vocazione per l’innovazione. Ed in grado di capire che agli studenti serve sicuramente una formazione di eccellenza, che dia una professione ed una professionalità di qualità, ma non solo.

All’Omar hanno pensato di spiegare ai ragazzi come si scrive un curriculum e come si sostiene un colloquio, cercando sinergie ed intese con quanti nel territorio si occupavano di lavoro e di politiche attive del territorio, tra i quali Sinergie Italia, una delle APL operanti sul territorio. E lo hanno fatto senza aspettare il JobsAct o la garanzia giovani del Ministro Giuliano Poletti, e, per certi versi, anticipando anche le linee guida della #BuonaScuola, che punta al raccordo tra la didattica e lo sbocco occupazionale attraverso la buona scuola. L’Itis Omar deve al suo radicamento territoriale i suoi risultati. Una delle chiavi per risolvere la questione della disoccupazione giovanile sembra essere nella capacità del territorio di fare sistema e mettere in rete le risorse di cui dispone. La questione del lavoro dovrebbe diventare un priorità per l’intero sistema di comunità, e tutti coloro che ne fanno parte dovrebbero assumersi la responsabilità dell’azione finalizzata a promuovere opportunità ed inserimenti. Se il sistema di aziende, scuole e enti locali è in grado di fare rete allora ci possono essere i “miracoli” come quelli dell’Omar di Novara.

#IoLavoro on the road

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#IoLavoro on the road

Partono gli OpenDays  di “IoLavoro”, gli eventi itineranti promossi dall’ Assessorato del Lavoro, Formazione e Istruzione della Regione Piemonte e dall’Agenzia Piemonte Lavoro, pensati per dare strumenti ai giovani impegnati nella ricerca di un lavoro.

Quest’anno la manifestazione si svolge nei Comuni di tutta la Regione. L’ obiettivo è  far conoscere gli strumenti che il Governo ha messo a disposizione per ridurre la disoccupazione, in particolare quella giovanile. “GaranziaGiovani” è il piano varato dal Ministero del Lavoro con Fondi della Comunità Europea per ridurre la disoccupazione giovanile, spesso al centro di polemiche per i risultati alquanto scarsi raggiunti fino ad ora, rivolto ai giovani tra i 15 e i 29 anni, al fine di collocarli nel mondo del lavoro a condizioni vantaggiose per chi li assume.

Gli Open Days servono a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro mediante appuntamenti pianificati con i candidati e workshop sui temi della ricerca del lavoro, della formazione e dell’autoimprenditorialità. Al fine di facilitare l’inserimento imprenditoriale il programma è pensato per favorire la più larga partecipazione possibile, e porta il progetto “Garanzia Giovani” nei luoghi dove ci si prepara a lavorare o dove si cercano opportunità di lavoro: nelle scuole, nei centri per l‘impiego, negli enti di formazione professionale o nelle sedi delle agenzie del lavoro, insomma le sedi di tutti gli attori cui sono affidate le politiche attive del lavoro previste dal JobsAct, e che sono impegnati nell’attuazione della Garanzia Giovani.

Il presidio puntuale del territorio garantisce un raccordo più efficace e un coinvolgimento diretto anche degli attori delle comunità locali: ingrediente essenziale per garantire l’ inserimento nel mondo del lavoro per tutti i soggetti svantaggiati esclusi dal mercato del lavoro, in particolare i più giovani. La disoccupazione giovanile è oggi una delle priorità dei governi europei, che sembrano incapaci di garantire riforme in grado di incidere su un fenomeno che diventa sempre più strutturale nelle dinamiche dei mercati del lavoro del Vecchio Continente.

Dopo le polemiche sui dati del JobsAct e lo scarso successo di GaranziaGiovani incomincia a delinearsi l’idea che la creazione di nuovo impiego passa attraverso l’orientamento e  la formazione già prima del conseguimento del titolo di studi. E sempre di più poggia sull’ autoimprenditoria, spesso in secondo piano rispetto a politiche attive “tradizionali”, basate finora sulla promozione e l’incentivazione di percorsi finalizzati all’assunzione e sul lavoro dipendente.

Il calendario degli eventi di “IoLavoro” è sul sito web di IoLavoro, link: https://www.iolavoro.org/images/stories/opendays/APL_IOG_OpenDays2015.pdf

Diana Montagna

UNA PRIMA ANALISI DEL MERCATO DEL LAVORO

                                             Spazio lavoro: Numero Zero

 

“L’italia è un Repubblica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”

Il nostro viaggio all’interno del mondo del Lavoro parte da questo articolo della Costituzione, il primo, il più faticoso, un vero capolavoro di mediazione semiotica su quello che sarà il tema più presente e più dibattuto nel panorama della politica e delle scienze umane ed economiche nel nostro paese.

Siamo nel 1946. Il referendum del 2 Giugno stabilisce che l’Italia è una repubblica. Il paese esce da una guerra mondiale lacerato nel tessuto economico e sociale. Crolla il regime fascista e cambia il quadro politico: I CLN hanno vinto e sono seduti a scrivere la costituzione della nascente repubblica italiana.

E proprio sul primo articolo si anima un dibattito intorno al tema del lavoro e dei lavoratori che diventerà centrale fino ai giorni nostri.

Prima di arrivare alla forma definitiva, furono presentate esposte alcune proposte.

La prima è del deputato Mario Cevolotto, e non contiene alcun riferimento al lavoro: non piacque paticamente a nessuno dei costituenti, tanto che Aldo Moro chiese di inserire un riferimento al lavoro.

Una seconda proposta, “L’ Italia è una repubblica  democratica di lavoratori” fu presentata da Palmiro Togliatti, senza ottenere consenso.

Alla fine la soluzione la trova Amintore Fanfani presentando la formula attuale, appoggiata dal Partito comunista e dal Partito Socialista.

L’articolo 1 viene approvato così come è oggi il 22 marzo 1947.

Questo piccolo frammento della storia repubblicana mostra come sul lavoro si sia consumato lo scontro politico dal dopoguerra ad oggi, tra destra e sinistra, sindacati e governi di centrosinistra e di pentapartito.

Non solo, il lavoro è un simbolo centrale di una visione del mondo che contrappone, che divide e che ha bisogno di parole d’ordine e di icone, come la mortadella o la giacca di velluto, di sinistra, il culatello o il gessato blu, tipicamente di destra.

 

Il dopoguerra e il boom economico in Italia portano il bel paese tra le prime potenze economiche nel mondo. Gli anni 50 e 60 sono una corsa impetuosa verso il futuro, in un paese da ricostruire ed in un mondo che arriva sulla Luna.

Siamo anche però nel periodo della cortina di ferro, dei blocchi contrapposti e della corsa agli armamenti tra il mondo occidentale e quello sovietico del Patto di Varsavia.

In mezzo c’è di tutto e di più. C’è la grande rivoluzione culturale del 68, ci sono gli scioperi nelle fabbriche, ci sono gli anni di piombo. Il sistema della grande fabbroca entra in una crisi irreversebile che non riguarda solo più le tute blu: a Torino la centralissima Via Roma è invasa dalla marcia dei colletti bianchi. La seconda metà del novecento politico ed economico in Italia é sempre segnata dal lavoro come l’ argomento su cui si dibatte, si discute, e ci si divide.

E poi c’è la questione dell’immigrazione: c’è il dolore dei minatori di Marcinelle, in Belgio, ci sono gli scafisti dall’Albania e la nave Vlora zeppe di gente che sbarca nel porto di Bari e i cadaveri ripescati nel canale di Sicilia distesi sulle banchine del porto di Lampedusa nei giorni nostri. L’italia da paese di emigranti si ritrova essere una meta di immigrati, quasi senza accorgersene.

E poi ci sono le immagini degli immigrati dal sud dell’Italia  alla stazione di Milano, o di Torino, con le valigie di cartone, e i moniti minacciosi per cui le case non si fittano ai meridionali, fino ad arrivare alla Lega di Bossi in canottiera e di Salvini oggi, in Jeans e maglioncino verde.

 

Nemmeno la caduta del muro di Berlino ridimensiona la centralità del tema nel dibattito. Ancora agli inizi del nuovo secolo il tema che tiene banco è l’articolo 18, cioè il reintegro, il licenziamento. Nel frattempo però è cambiato il modo di lavorare assieme al modo di vivere.

Cambiano i contratti, arrivano gli interinali, aumenta il numero delle Partite Iva, compaiono i cococo con la legge Treu, che diventano cocopro con la legge Biagi, per poi ritornare di nuovo cococo con il Jobs Act, le assunzioni di responsabilità, le chiamate gli intermittenti…il mondo è cambiato più velocemente di quanto se ne siano accorti o ne abbiano scritto anche gli osservatori più esperti

 

In America un tale Richard Sennet scrive un libro piccolo e decisamente geniale che si intitola “L’uomo flessibile”.

Zygmuth Baumann parla di società liquida, Ulrick Beck di società del rischio, Si perde l’identità se si perde il lavoro, l’uomo si fa flessibile e impara a convivere con il rischio della perdita, quotidiana della sicurezza.

Si riscopre finalmente Karl Polanyi, che parla di grande trasformazione, e si candida ad essere l’analista di maggior successo ed attualità ai tempi nostri.

Dalla fine degli anni 80 si incomincia anche, timidamente, a parlare di reti e network, anzichè di classi e di ceti, guardacaso proprio dalla Silicon Valley, dove stava nascendo il web. Lui si chiama Manuel Castells, personaggio interessante, sociologo catalano in trasferta negli States.

 

Eppure in Italia il lavoro resta, anzi diventa sempre di più, il contratto con il quale si lavora, sul contratto si concentrano consulenti del lavoro, giuslavoristi, filosofi storici e soprattutto i politici, in una politica da talkshow che allontana la rappresentazione della realtà  dalla realtà che si vuole rappresentare.

 

Alla fine della seconda travagliata repubblica l’Italia ha davvero attraversato una grande trasformazione. Il lavoro, la delocalizzazione, l’idea delle riforme necessarie, la questione è ancora apeta ed ancorata ad una battaglia ideologica che ormai ha sempre meno attinenza con la realtà delle cose.

Si tende ancora a pensare come nel secolo scorso, anche se ormai è evidente che le scienze umane oggi dovrebbero occuparsi della comntemporaneità, della grande trasformazione appunto; magari degli algoritmi dei social che determinano chi vede cosa sulle pagine di facebook, o chi gestisce il flusso dei dati che determinano la nostra vita reale e virtuale.

 

E se la Grande trasformazione è fatta di trasformazioni Grandi, il lavoro è senza dubbio una di queste.

In Italia, come in Europa, il cambiamento è traumatico. L’ascensore sociale fatica a funzionare e la società sembra essersi bloccata. La mobilità sociale in Italia è un lontano ricordo degli anni impetuosi del dopoguerra: il figlio del notaio fa il notaio, l’architetto che non è figlio dell’architetto fa altro. Il tutto in mercato del mercato del lavoro che segue logiche solo informali. E che non riesce premiare e a valorizzare il il merito, almeno nella maggioranza dei casi. L’Italia sta tornando ad essere terra di emigranti, solo che ora non partono più le braccia, come i minatori in Belgio nel dopoguerra, ma i cervelli verso il MIT o la Silycon Valley

 

Il lavoro cambia e si cambia nel corso della stessa vita: da metalmeccanico a badante o da architetto ad allenatore di canottaggio paralimpico.

La chiave di lettura alla fine è sempre la stessa: al centro oggi non può che eserci la persona e il suo lavoro. Liquido o rischioso che sia, non è più questo il punto. Il lavoro non è solo un contratto, è anche un contratto. Ma soprattuto è un insieme di relazioni e di competenze che dà senso e dà identità alla vita delle persone