Il Boom dei #voucher

Si compera dal tabaccaio, o alla posta, come una ricarica del telefono. Lo si usa per pagare la prestazione al lavoratore, il quale lo incassa con la stessa modalità, alla posta o dal tabaccaio, registrando le proprie generalità.
Con il voucher si paga qualunque lavoro, dal servizio di baysitting, alla ripetizione di greco anziché di matematica, al lavoro nei campi, vendemmia compresa.
Nel caso degli agricoli ci sono delle limitazioni, non si può avere più di 25 anni, oppure si deve essere in pensione. In altri settori non ci sono limitazioni precise: basta che il lavoratore non percepisca più di sette mila euro all’anno come compenso sotto forma di ticket. In pratica una variante, tutto sommato originale della prestazione a ritenuta d’acconto.
Il voucher però è a burocrazia zero, talmente generico da servire per tutto, con l’obiettivo, dichiarato, di essere uno strumento per l’emersione del lavoro nero, perché consente di registrare il lavoratore che incasso il buono, quindi è nominale nel momento della riscossione.

voucher-inps

La novità non è tanto il boom dei voucher, con dati che segnano un trend consolidato ed esponenziale da quando il sistema è entrato in vigore, ovvero l’anno 2008, quanto piuttosto il consolidarsi del dato su tutto il livello nazionale. Nel 2015 il boom riguarda il sud Italia, mentre al Nord lo strumento si è radicato definitivamente l’anno scorso.
Insomma il dato tendenziale rivela un aspetto strutturale della flessibilità made in Italy, che assomiglia molto poco a quella della flessibilità che invece funziona nel resto dell’Europa, in particolare in quei mercati del lavoro maturi dove le agenzie per il lavoro garantiscono un accesso al mercato del lavoro efficiente attraverso lavori flessibili.
In Italia la quota del mercato del lavoro di somministrati, cioè di interinali si avvicina al 15%, dato che è cresciuto con il JobsAct, e i lavoratori che usano i Voucher sono più di un milione. A questi si aggiungono le ritenute d’acconto e poi le finte Partite IVA, e si ottiene un mercato sempre più polarizzato e segmentato, schizofrenicamente impegnato a inquadrare il lavoro in contratti, tipologie ed eccezioni.
E mentre si discute di rinnovo di contratti e di contrattazione a livello locale i dati mostrano come le aziende ricorrono a buoni che si comperano in tabaccheria e valgono per tutti, come fossero assegni al portatore, usati ed abusati per ogni tipologia di occupazione.
Laddove il legislatore ne ha limitato l’utilizzo, e i controlli sono stati costanti, il voucher non ha registrato abusi. In tutto gli altri settori lo strumento è servito per coprire comportamenti spesso illeciti, in un contesto dove i costi del lavoro sono spesso onerosi al punto da invitare all’esternalizzazione del sevizio, e da innescare pratiche di dumping il più delle volte spietate e insostenibili con comportamenti virtuosi.
Il voucher, o meglio l’abuso del Voucher, è il sintomo, più che la malattia, che ha radici più profonde e spesso non è mai stata curata con il successo che da più parti si auspicava.
Il Ticket in sè è un pezzo di carta, e nulla di più. Diventerà presto il simbolo della precarietà più odiosa, che è condizione molto diversa da quella della flessibilità, garantita e regolamentata in maniera molto precisa, quindi decisamente più cara degli standard di retribuzione del lavoro normale. A meno che opportunamente regolamentato tornerà ad essere il mezzo per pagare le ripetizioni o i lavoretti che arrotondano la pensione.
Diego Castagno

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